I dati lo confermano: il polo pontino sforna competenze che servono soprattutto altrove. E così le imprese dei settori-chiave dell’economia locale – ad eccezione del chimico farmaceutico – restano senza talenti
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A leggere la guida sulle Università italiane del Sole 24 Ore, la provincia di Latina sembra una piccola capitale accademica. Da queste parti c’è di tutto: dalla facoltà di Chimica e tecnologie farmaceutiche a Economia e management, da Medicina a una mezza flotta di corsi sanitari e ingegneristici.
Una trentina di indirizzi, quasi tutti targati “La Sapienza”, e oltre quattromila iscritti secondo i dati diffusi dallo stesso polo pontino. Un risultato importante, certo. Ma il punto non è quello che si studia: è quello che si forma.
La provincia di Latina continua a segnalare una carenza cronica di personale specializzato. Per dare le dimensioni del fenomeno: nel 2023 le aziende pontine avevano previsto oltre 43mila nuove assunzioni, ma più del 40% delle figure richieste risultava di difficile reperimento. Tradotto: l’università c’è, le facoltà anche, mancano però le figure che il tessuto produttivo locale chiede da anni.
C’è un polo universitario moderno, con corsi “green”, biomedicali e perfino internazionali, ma le imprese continuano a pescare competenze altrove. E così il paradosso resta: la provincia ha l’università, ma non i laureati che servono al territorio. È un corto circuito che gli imprenditori denunciano da tempo, e che era proprio ciò che il progetto di Unindustria Latina avrebbe dovuto risolvere. Il progetto c’era, sulla carta. Nel 2023 Unindustria aveva firmato un accordo con La Sapienza, Tor Vergata e Cassino per creare un ponte stabile tra impresa e formazione universitaria. L’obiettivo era chiaro: co-progettare corsi di laurea e percorsi formativi su misura per il fabbisogno delle aziende laziali, Latina compresa. Due anni dopo, cosa ha prodotto questo accordo?
C’è poi un altro tema: la fuga. Ogni anno il polo universitario pontino forma centinaia di professionisti in sanità, ingegneria e management, ma pochissimi restano a lavorare in provincia. Negli ultimi 10 anni, più di 11mila ragazzi tra i 15 e i 34 anni hanno fatto le valigie e salutato la provincia. La sanità pubblica assorbe una parte minima, mentre il resto emigra verso Roma, Milano o l’estero. Non è solo un problema di stipendi: è un problema di ecosistema. Se il territorio non offre sbocchi coerenti, l’università rischia di diventare una fabbrica di competenze per altri.
A Latina la collaborazione tra università e imprese esiste, ma spesso resta episodica. Seminari, progetti pilota, qualche tirocinio. Poca roba, se pensiamo che il distretto industriale pontino dà lavoro a oltre 50mila persone e movimenta export per miliardi.
Unindustria lo sa bene: più volte ha rilanciato l’idea di creare corsi congiunti e laboratori territoriali, ma finora siamo ancora alle dichiarazioni d’intenti. E così si continua a dire che “mancano competenze”, senza ammettere che, forse, mancano prima di tutto le connessioni.
Dopo anni di promesse e discussioni, anche la facoltà di Agraria sta per arrivare a Latina: la nuova facoltà sarà realtà nei prossimi anni, con corsi dedicati all’agroalimentare e alla sostenibilità.
È un segnale importante, perché finalmente si parla di un nuovo percorso universitario coerente con una delle colonne portanti dell’economia pontina, oltre alla farmaceutica. Ma per ora si tratta di un primo passo. Finché il sistema non sarà capace di progettare l’offerta formativa insieme alle imprese, il rischio è che anche la facoltà di Agraria resti un’isola nel deserto.
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