Il settore investe e si espande, ma viene risucchiato nel paradosso della carenza di figure specializzate. E le competenze stavolta non c’entrano
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Guardiamoci negli occhi: il tema è trasversale e rappresenta uno dei più grandi paradossi dell’economia italiana. Sarebbe quindi ridicolo stare qui a lagnarsi chinati verso il proprio ombelico e ignorare l’origine endemica delle cause del problema. Epperò è un fatto che questa storia del mismatch, cioè del disallineamento strutturale tra domanda e offerta di lavoro, in provincia di Latina abbia risvolti più assurdi che altrove.
Intanto per le dimensioni del settore nel quale è più avvertito, e cioè quello chimico-farmaceutico. Un comparto che da noi genera opportunità e economie fuori dall’ordinario e che proprio per questa sua caratteristica riesce a trasformare anche le più piccole storture in rogne fuori scala. Figurarsi cosa accade quando c’è da fare i conti con una difficoltà reale che anche nel resto del paese, da parecchio tempo, complica la vita alle imprese e turba i sonni di head hunter e responsabili HR.
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È il caso, appunto, della difficoltà che hanno le aziende del comparto farmaceutico pontino nel reperire sul mercato personale adeguatamente formato. Ovvero professioniste e professionisti che con le loro competenze sappiano rispondere ai bisogni industriali di manodopera qualificata, sostenendo le imprese in strategie di business sempre più articolate e progetti di sviluppo dal respiro internazionale.
A tenere i riflettori costantemente accesi sul tema sono soprattutto le associazioni di categoria. A Fausto Bianchi, neoeletto presidente di Unindustria Latina, ha sempre fatto eco l’omologo di Federlazio, Marco Picca, evidenziando a più riprese come gli imprenditori non soltanto non riescano a trovare figure professionali specializzate, ma neanche operai semplici.
E qui veniamo al punto dolente. Perché nel caso del polo chimico-farmaceutico pontino il problema smette di essere solo un problema e diventa un paradosso. La beffa sta nel fatto che in provincia il settore è l’unico per cui negli ultimi anni non è stato registrato un calo generalizzato degli stipendi, che anzi, a differenza di altri settori, crescono. Stando ai dati Istat, il Lazio è la seconda regione italiana con il più alto stipendio medio lordo annuo (32.360 euro) e il settore chimico-farmaceutico il terzo per retribuzioni (39.209 euro medi pro capite annui).
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Insomma, nonostante condizioni nettamente più favorevoli rispetto ad altri contesti produttivi, l’industria farmaceutica pontina vive costantemente questa paradossale mancanza di manodopera. Un problema che mostra per di più non una, ma ben due facce: da una parte, la scarsità di profili adeguatamente qualificati, necessari per coprire ruoli sempre più complessi e ad alto coefficiente tecnologico; dall’altra l’impossibilità nel rispondere anche ai più naturali livelli di turnover interno, dovuti a una forza lavoro sempre più anziana e quindi prossima alla pensione.
Alla domanda: come se ne esce? la risposta su cui convergono tutti è una sola: con la formazione. E in particolare quella “sul campo”, ovvero attraverso la creazione di nuovi corridoi bidirezionali capaci di far entrare scuole e università nelle imprese e viceversa.
In questa visione, i luoghi dove si forma il talento devono avere l’imperativo di far uscire gli studenti dalle aule per mostrare loro cosa c’è dentro e intorno a un’organizzazione, ma allo stesso tempo anche le imprese devono essere pronte a investire su percorsi di orientamento, ad aprirsi alle collaborazioni con gli istituti e le facoltà disposte a farlo, ad attivare programmi di alternanza scuola-lavoro e borse di studio.
Senza dimenticare, però, che esiste anche un dato culturale. Che amplifica il problema. E che, in modo diverso, pone quasi sullo stesso piano le imprese ai candidati che cercano (e che non trovano).
Perché se da un lato è l’inadeguatezza delle competenze formate a determinare la penuria di talenti necessari alle imprese, dall’altro c’è l’incapacità di molte imprese di uscire dallo schema novecentesco lavoro-stipendio e attivare strategie di attraction (e retention) orientate a una più ampia visione del benessere delle persone. Strategie che contemplino, cioè, tanto la soddisfazione dell’aspetto economico dei collaboratori, quanto di quello psicologico, fisico, familiare e relazionale. Alle nuove generazioni di professionisti, insomma, uno stipendio non basta più per determinare la scelta tra questa e quella azienda. I fattori i gioco, oggi, sono molti di più.
Finito? Macché. Perché a rendere la situazione ancora più paradossale per il settore chimico-farmaceutico pontino c’è poi tutto quello che gli sta intorno. Letteralmente. Va detto infatti che queste imprese trainano l’economia pontina come poche altre riescono a fare, e lo fanno nonostante il territorio in cui operano. Dove la parola da tenere a mente è nonostante. Nonostante, cioè, una provincia sostanzialmente immobile da anni.
Il contesto nel quale queste organizzazioni dovrebbero attrarre le competenze necessarie è abbastanza desolante. Gli affitti in provincia sono sempre più alti, trovare casa è difficile, il trasporto pubblico locale e i collegamenti ferroviari sono tutt’altro che un’eccellenza. L’offerta culturale del territorio, a cominciare dal capoluogo, è quella che è, lo sport arranca e per assistere a un grande evento bisogna andarsene come minimo a Roma.
Ora la domanda è: arrivati a 25/30 anni, molti dei quali trascorsi piegati sui libri, voi vi trasferireste in posto così per lavoro? E quanto dovrebbero pagarvi, per farlo?
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