È bastato uno scoop del Sole24Ore su una possibile cessione del brand – cessione, non chiusura – per farci saltare tutti sulla sedia. E il motivo è che la nostra storia parla per noi
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A inizio febbraio il Sole24Ore fa un bel colpo e pubblica in esclusiva la notizia che dà conto del mandato esplorativo che il gruppo Kraft Heinz avrebbe affidato alla banca d’affari Houlian Lokey per verificare l’interesse del mercato per uno dei suoi marchi di punta: Plasmon.
In provincia di Latina, dove ha sede lo storico stabilimento dell’azienda dei biscotti, la notizia deflagra come un ordigno dimenticato sottoterra e spiazza tutti. Compreso, a quanto pare, il management italiano dell’azienda. Tenuto apparentemente a margine della decisione dai vertici americani e quindi senza alcuna possibilità di incidere sugli esiti della vicenda, in un senso o in un altro.
È bastato ai sindacati per saltare sull’attenti, fermare tutto e chiedere chiarimenti a chiunque nel gruppo fosse stato in grado di fornirne. Tutto questo mentre la politica e le istituzioni erano già alla finestra, pronte a intervenire al primo sopracciglio alzato.
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Tutto secondo copione, insomma. Eppure viene da chiedersi il perché di tanto allarmismo per un’operazione che, anche nell’anticipazione del Sole24Ore, appariva come strettamente commerciale e non dava conto né di una riduzione delle attività né, tanto mento, della chiusura dello stabilimento pontino, bensì di una semplice e soprattutto ancora eventuale cessione del marchio.
La risposta a questi dubbi andrebbe rintracciata nel fatto che nello stabilimento di Latina Plasmon produce la quota maggiore di cibo per neonati realizzato in Italia dal gruppo. Il che vuol dire lavoro per migliaia di persone e benessere per migliaia di famiglie.
A rafforzare poi la sensazione di chi ritiene che i toni fossero comunque esagerati, in relazione allo stato reale delle cose, ci sono i precedenti. Anzi, c’è il precedente.
Facciamo un piccolo passo indietro e usciamo per un istante dai confini della provincia di Latina. È il 6 ottobre 2015 e a Ozzano Taro, in provincia di Parma, sono giorni di grande apprensione. Il motivo? La multinazionale americana Heinz Kraft cede lo stabilimento Plasmon alla Newlat. Anche in quel caso l’incertezza intorno all’operazione è tanta e gli animi sono tesi come sempre lo sono quando di mezzo c’è il lavoro e il benessere di tante famiglie e di un’intera comunità.
Vi starete chiedendo, a questo punto, com’è andata a finire. Ebbene, quasi dieci anni dopo lo stabilimento di Ozzano Taro è ancora attivo, non ci sono state modifiche alla produzione e l’attività è rimasta più o meno la stessa, così come i posti di lavoro. Anzi, rispetto a quanto stabilito negli accordi di vendita tra Heinz Kraft e Newlat, si è riusciti persino a salvaguardare la produzione del latte in polvere, sebbene per conto di un’altra azienda.
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Rispetto al caso di Latina un’altra domanda legittima potrebbe essere: ma allora perché vendere? Qui la risposta si fa più complessa, perché di mezzo c’è il mercato e ciò che rappresenta o meno un’opportunità di business agli occhi di questo o quel gruppo, di questa o quella multinazionale.
Senza contare che l’acquisizione del brand Plasmon da parte di Heinz Kraft ha sempre fatto l’oggetto di forti scetticismi ed è stata considerata fin da subito una scommessa per il gruppo americano specializzato nelle salse.
Sullo sfondo resta quindi una domanda: se le cose stanno così, e al momento in cui scriviamo non ci sono motivi per temere chiusure, riduzioni, tagli, perché alla provincia di Latina basta un po’ di rumore attorno alle sue aziende iconiche per mettersi sull’attenti e pensare subito al peggio?
Azzardiamo una risposta: perché Latina è una provincia che ha conosciuto la Cassa del Mezzogiorno e ha assaporato a lungo la bellezza delle vertigini che regalano i capitali investiti dai grandi gruppi che scelgono di stanziarsi sul suo territorio. Ma proprio perché ha conosciuto la Cassa del Mezzogiorno, si porta ancora addosso i segni inferti dalle fughe di quei gruppi e la desolazione al cospetto delle rovine che quelle fughe lasciano. E sa bene in quali abissi si può sprofondare, senza più uscirne, quando l’orgia finisce.
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