Per tutti è un vanto di questo territorio. Ma la sua storia, e le tante storie che gli girano intorno, raccontano di fortune alterne.
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Prima provincia per esportazioni, con una quota del 15% sul totale nazionale. Vanto di una regione che anche grazie al suo traino può gonfiare il petto e attestarsi al secondo posto in Italia per numero di addetti nel settore. Oltre 50 aziende specializzate che contribuiscono a rendere il Paese, l’Italia, il terzo in Europa per produzione.
I numeri del polo chimico-farmaceutico della provincia di Latina bastano da soli a dare un’idea chiara del contesto. Ma aiutano anche a spiegare il perché, da queste parti, quando si parla di questo speciale ambito produttivo, si scomoda quasi sempre il termine «eccellenza». Ed è così da sempre. Che per una provincia come quella pontina significa più o meno dalla metà del secolo scorso: 1950, per l’esattezza, fondazione della Cassa del Mezzogiorno. È questo il momento storico in cui l’area a Sud di Roma, considerata nel Paese fino a quel momento quasi più un problema che una risorsa, si affranca in parte dalla produzione agricola e pone le fondamenta per lo sviluppo del settore chimico-farmaceutico. Affidandolo – ma sarebbe più il caso di dire appaltandolo – in buona parte alle grandi multinazionali ma anche alla piccola e illuminata iniziativa locale.
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Lì inizia quindi una storia fatta soprattutto di luci, ma a volte anche di ombre. E di quelle scurissime. Una storia che comprende infatti momenti di grandi crisi economiche, di paure generalizzate o legate alla singola impresa, che hanno portato negli anni a timori di chiusure, a licenziamenti di massa e in generale a un lento e progressivo impoverimento del territorio dovuto alla chiusura di alcune di queste attività.
Ombre che non appartengono, però, solo al passato. Ciclicamente le imprese del comparto chimico-farmaceutico pontino finiscono in cronaca a causa di fortune alterne.
E anche quando ad essere direttamente coinvolte non sono le imprese del territorio, è la prossimità geografica con il polo a sud di Roma a penalizzare la provincia di Latina in termini di occupazione e indotto. Un esempio su tutti: le difficoltà patite nel 2025 dalla Esseti Farmaceutici di Pomezia e dagli oltre cento collaboratori coinvolti. Una situazione delicata al punto da richiedere l’intervento urgente dell’assessorato allo sviluppo economico della Regione Lazio e che, in qualunque modo sarà destinata a concludersi, lascerà sulla strada qualche altra cicatrice insieme a una sensazione di precarietà diffusa.
Per comprendere meglio il fenomeno chimo-farmaceutico della provincia di Latina, però, è necessario prima di tutto inserirlo nel suo contesto. È importante quindi sapere che quando si parla di industria farmaceutica del Lazio si fa riferimento a un’attività fatta non soltanto di produzione, ma anche di innovazione. E questo soprattuto grazie a un elevato numero di imprese: il 15,4% sul totale nazionale. Che diventa il 61,8% se decidessimo di circoscrivere l’analisi alla sola porzione relativa all’Italia Centrale.
Di queste, la quota maggiore di imprese attive spetta alla provincia di Roma: 87,8%, di cui il 13,1% solo a Pomezia; seguita da Latina con l’8,4%. Per dare un’idea del rapporto tra queste due e le altre province del Lazio, Frosinone (che è Frosinone) si piazza al terzo posto con appena il 2,8%. Traducendo queste percentuali in numeri assoluti, secondo i dati della Camera di Commercio Frosinone – Latina, la provincia pontina ospita 106 stabilimenti, di cui 81 imprese dedicate alla fabbricazione di prodotti chimici e 25 attive nella produzione di farmaceutici.
Eppure, nonostante la sproporzione tra le province di Roma e Latina quanto a imprese attive, più della metà dell’export farmaceutico regionale è sulle spalle delle imprese pontine. Su dieci prodotti che escono dai confini regionali, infatti, quasi 6 (58%) vengono fatti dalle imprese del polo chimico-farmaceutico pontino. Che a distanza di quasi ottant’anni da quel 1950 si dimostra, dunque, un terreno ancora parecchio fertile. Capace, cioè, di attirare capitali italiani e esteri e di offrire le opportune garanzie a potenziali investitori.
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Come dimostrano i grandi investimenti nel tempo fatti da Bsp Pharmaceuticals e Jhonson & Jhonson, ma anche le operazioni più recenti che hanno riguardato la Haupt Pharma e la Corden Pharma, due nomi che vogliono dire tanto per la provincia e per l’intero comparto. E che sono, per ragioni e in modi completamente diversi, rappresentative dell’altalenanza e della capacità che sembra essere propria di questo settore di cadere sempre in piedi.
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