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27 Agosto, 2026
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Fin dove può spingersi l’itticoltura nel sud della provincia di Latina

Il settore che contribuisce alla ricchezza delle aree intorno al Golfo di Gaeta cerca un equilibrio tra sostenibilità economica e ambientale. Ma non è facile per niente

Fin dove può spingersi l’itticoltura nel sud della provincia di Latina

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Diciamo Golfo di Gaeta e in un istante siamo già dentro il più classico dei cliché: spiagge lunghe e assolate, vicoli pieni di storia, ore che trascorrono lente, acqua limpida, estate, cibo buono, benessere, nessun pensiero in testa. Una bella cartolina, buona sicuramente per attrarre i turisti, eppure non del tutto aderente alla realtà. E non perché quelle cose non siano vere, anzi lo sono eccome, piuttosto perché quello è solo un pezzo di una storia molto più articolata e complessa di quanto non appaia.

Quasi come se non esistesse, infatti, nel racconto che si fa della porzione meridionale della provincia di Latina spesso si tende a trascurare il valore di quella economia che invece di andare verso il mare, come fa quella legata al comparto turistico-ricettivo, compie il tragitto inverso e dal mare si muove verso l’interno.

E anche quando succede che qualcuno si prende la briga di raccontarci quanto vale l’indotto delle aziende ittiche che lavorano su quella porzione di mare, o intorno al suo prodotto, al quadro complessivo manca comunque un elemento: la difficoltà di far coesistere economia e rispetto dell’ambiente in un’area molto, molto particolare della provincia.

L’industria ittica di quella zona è infatti una delle meno raccontate della provincia, forse anche a causa delle sue contraddizioni che non ne facilitano una visione d’insieme. Fatto sta che il settore negli ultimi anni sembra svegliarsi ogni mattina trovandosi di fronte sempre lo stesso bivio: economia o ambiente?

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Nel Golfo, infatti, si allevano da sempre orate, spigole e ombrine. Da qualche tempo, però, aziende come la Piscicoltura del Golfo di Gaeta hanno puntato tutto sul marchio «Orate di Gaeta». Una scelta commerciale, ma non solo. Perché è fatta con l’obiettivo dichiarato di promuovere un prodotto che sia finalmente locale, ma anche finalmente sostenibile. Almeno nelle intenzioni.

Già, perché quello dell’equilibrio tra sostenibilità economica e ambientale è il cuore della sfida che si prospetta davanti a chi da queste parti guarda all’economia del mare come a una grande opportunità di business.

Lo sanno bene, tra gli altri, i promotori di un’altra iniziativa che nel 2020 nasceva con la promessa di rilanciare la mitilicoltura nell’area del Golfo di Gaeta e aiutare gli attori del comparto ad affrontare tutti insieme sfide e opportunità dell’impresa: trarre profitto da una risorsa senza scaricare tutti i costi sull’ambiente.

A distanza di anni non si può dire che quelle aspettative siano state pienamente rispettate. E le critiche che l’operazione ha attirato su di sé fin dal giorno zero sono lì a ricordarcelo.

Il contesto nel quale quella iniziativa si inseriva, dopotutto, non era certo dei migliori. Solo qualche anno prima, uno studio di Arpa Lazio e Università La Sapienza aveva fatto emergere alcune verità difficili da ignorare. Diceva che le condizioni delle acque costiere del Golfo di Gaeta erano «critiche» sotto il profilo ambientale. Messe di fatto sotto pressione dagli impianti di mitilicoltura e dalle tante gabbie per pesci posizionate appena dopo la costa.

Risultato? Nel 2023 la Regione Lazio decide di intervenire e fare un po’ di chiarezza. Soprattutto sul cosa e sul come: fuori gli allevamenti di pesce dal Golfo (con conseguente spostamento offshore, cioè distante dalla costa) e dentro solo quelli di molluschi. Una mossa pensata per provare a salvare l’ecosistema marino locale, arrivata dopo anni di polemiche ed esposti sull’impatto degli allevamenti in quell’area.

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Anni spesi per lo più a chiedersi come mai non si riesca a trovare un punto di caduta, un equilibrio soddisfacente tra sostenibilità economia e rispetto dell’ambiente. Da questa domanda è nato nel 2024 un progetto ambizioso: l’«Acquacoltura multitrofica integrata di molluschi e oloturie», firmato dall’Università di Tor Vergata e da alcune aziende locali.

Semplificando al massimo, ma davvero al massimo, il progetto prevede che si allevino pesci in grado di produrre rifiuti organici accanto ai quali si introducono molluschi e crostacei che si nutrono delle particelle sospese. Una volta fatta questo, si integrano alghe o altre piante marine al solo scopo di assorbire quanto più possibile i nutrienti disciolti nell’acqua come azoto e fosforo. 

Senz’altro un’ottima intuizione, ma inserita in un quadro che era e resta complicato. Perché la verità è che l’ambiente qui non soffre solo per l’itticoltura. Urbanizzazione, turismo selvaggio, agricoltura intensiva: tutto concorre a mettere in ginocchio il fragile ecosistema del Golfo di Gaeta. Come ha confermato lo stesso comune pontino in un rapporto del 2017. Nel testo si spiega appunto che: «le pressioni principali esercitate sul Golfo di Gaeta sono riconducibili all’urbanizzazione costiera, alla forte presenza turistica e alle attività produttive, tra cui agricoltura, zootecnia e acquacoltura».

Le vasche al largo del Golfo di Gaeta

E allora, come se ne esce? Perché non c’è dubbio che da qualche parte una via d’uscita vada trovata. Non fosse altro che per le opportunità che il settore garantisce. E che da quelle parti significano soprattutto lavoro. Tanto lavoro.

Solo per dare un’idea: le aziende ittiche del Golfo di Gaeta producono ogni anno più o meno 3.000 tonnellate di cozze per la mitilicoltura, con circa 50 addetti impiegati; mentre per l’itticoltura si parla di 2.000 tonnellate di spigole e orate e qualcosa come circa 100 addetti occupati.

Numeri non proprio trascurabili, che diventano ancora più significativi se si riflette anche sull’indotto che sono in grado di generare: trasportatori, venditori, operatori logistici. Senza contare che qui la mitilicoltura non è solo economia, ma anche tradizione. Le cozze del Golfo sono sulle tavole di famiglie e ristoratori locali dagli anni ’50. Tanto che la Regione le ha riconosciute come prodotti agroalimentari tradizionali.

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Tutti aspetti che ci aiutano a comprendere meglio tanto le luci quanto le ombre di questo settore complesso eppure molto importante per l’area. Sul cui futuro peserà la risposta che saremo in grado di fornire alla riflessione che dà il titolo a questo articolo: fin dove può spingersi l’itticoltura del sud della provincia di Latina.

Perché è chiaro che questa industria ha un peso, ma è altrettanto chiaro che così non si può andare avanti. Serve innovazione, servono regole, servono investimenti mirati. L’acquacoltura multitrofica è un’idea, certo, ma da sola non basta. Serve una visione che tenga insieme economia e ambiente, senza sacrificare l’uno per l’altra.

Il rischio, altrimenti, è che tra qualche anno saremo di nuovo qui, a raccontarci la stessa storia: un mare bellissimo, un settore straordinariamente ricco di potenziale e un ambiente che intanto paga per tutti.

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