Il settore cresce, i pernottamenti aumentano e l’indotto vola, ma i suoi lavoratori sono i più più poveri del Lazio: cronaca di uno sfruttamento annunciato
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In provincia di Latina col turismo stiamo imparando a cavarcela bene, ma abbiamo anche un bel problema. Perché se è vero, come è vero, che il settore continua a macinare cifre record, con flussi in costante crescita, più pernottamenti e un indotto che si espande anno su anno, a leggere i numeri in controluce salta agli occhi un dettaglio che proprio non torna: i suoi lavoratori sono i più poveri di tutto il comparto privato.
Attenzione: qui non parliamo di chi investe nel settore, ma proprio di chi ci lavora. Ovvero di tutte quelle persone che mandano letteralmente avanti ristoranti e bar, hotel e stabilimenti balneari; quelle persone, cioè, che garantiscono con il loro lavoro i servizi essenziali a un indotto che genera fatturati ogni anno più importanti, ma che non è in grado di redistribuire ricchezza.
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E infatti non ci gira troppo intorno Gianfranco Cartisano, segretario della Uiltucs, sindacato che riunisce i lavoratori del terziario, quando parla di «gigantesco sfruttamento» per presentare i risultati di un recente sondaggio condotto tra i lavoratori del settore e commentare gli esiti dell’ultimo rapporto sul turismo messo nero su bianco dall’Eures.
I dati, del resto, sono un pugno nello stomaco. Se nel Lazio la retribuzione media annua per i lavoratori del settore turistico è di poco superiore ai 12mila euro, a Latina scende a poco più di 7mila (7.7). Un divario che non sembra avere altre giustificazioni se non quella di un sistema che da queste parti fatica a stare entro le regole.
Ma la situazione diventa ancora più surreale se si guarda alla percentuale di contratti precari: a Latina, nel turismo, il 61,4% dei lavoratori è a tempo determinato o stagionale, contro il 38,9% della media regionale.
Un gap imbarazzante, ma niente in confronto al dato della ricerca che fa davvero tremare i polsi: il 50% dei lavoratori del settore è impiegato in nero o con contratti, diciamo così, fantasiosi. Nel senso che sulla carta sarebbero dei part-time, ma poi le ore effettivamente lavorate sono molte, molte di più.
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Poi c’è un altro dato, racchiuso stavolta nell’indagine Uiltucs confezionata attraverso la somministrazione di questionari anonimi alle lavoratrici e ai lavoratori del settore, che non può non farci sentire d’accordo con Cartisano quando si spinge a parlare di sfruttamento degli operatori del settore.
Secondo i dati raccolti dal sindacato, infatti, il 60% degli intervistati guadagna in media 40 euro al giorno senza un contratto regolare. Chi invece un contratto ce l’ha prende di più, ma in cambio lavora molte più ore di quelle dichiarate in busta. E non è tutto: nella maggior parte dei casi gli stipendi vengono pagati in ritardo (quando vengono pagati), e niente tredicesima né quattordicesima per almeno metà dei lavoratori. Quanto agli straordinari, praticamente inesistenti. Almeno sulle buste paga.
Molti lavoratori hanno dichiarato di essere impiegati oltre le dieci ore al giorno, senza che questo venga riconosciuto in termini di compenso aggiuntivo. Anche i contratti part-time spesso nascondono una realtà diversa, con differenze di quattro o più ore giornaliere tra quelle dichiarate e quelle effettivamente lavorate. La conseguenza? Un sistema che penalizza chi lavora, che non garantisce sicurezza né stabilità economica, e che costringe molti giovani a guardarsi altrove.
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Ancora una volta, insomma, siamo davanti a un paradosso: le opportunità di business ci sono, gli investimenti non mancano, il settore cresce, ma chi ci lavora non trae alcun beneficio da un benessere che si manifesta, e si consuma, lontano da dove viene prodotto.
E a chi chiede più regole, tavoli permanenti, o pene più severe per i trasgressori, vale forse la pena ricordare che le regole ci sono. Andrebbero soltanto applicate. E fatte rispettare.
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