Anche per questo gli olivicoltori che non abbandonano i loro terreni in collina vorrebbero che li considerassimo degli eroi. E forse dovremmo davvero iniziare a farlo
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Negli ultimi 20 anni in provincia di Latina oltre duemila ettari di oliveti di specialità itrana coltivati in collina sono stati abbandonati a loro stessi. Un dato clamoroso, che corrisponde a un quinto della superficie di coltivazione complessiva di questa specie. E che spiega alla perfezione, tra le altre cose, le dimensioni di un fenomeno sul quale da queste parti, forse, non si discute quanto si dovrebbe.
E neanche stavolta lo faremmo, se del tema non fosse tornata ad occuparsene la persona che più di tutte sta cercando di limitarne le dimensioni e di contrastarne gli effetti: Francesco Agresti.
Intervistato dagli inviati della trasmissione Rai Sapori e Colori, l’imprenditore titolare della Agresti 1902, l’azienda pontina produttrice di alcuni degli olii evo Itrana più apprezzati al mondo, ne ha approfittato per illustrare il paradosso di questa cultivar.
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Considerata tra le prime tre specie più apprezzate al mondo dalla New York International Olive Oil Competition, e nonostante sia una delle sole tre cultivar italiane a poter vantare il doppio marchio di qualità DOP, uno per le olive e uno per l’olio che se ne ricava, per l’Itrana l’altro lato della Luna è rappresentato proprio da questi duemila ettari di oliveti abbandonati nel corso degli ultimi vent’anni.
Un tema, questo dell’abbandono, che nonostante l’indifferenza che lo circonda è tutt’altro che nuovo in provincia di Latina. Soprattutto a certe latitudini. Sul fenomeno dell’abbandono dell’Itrana, infatti, Agresti ne ha fatto prima una sfida imprenditoriale, rilevando e coltivando con successo alcuni ettari di oliveti abbandonati in zona collinare; e ora, da qualche anno, ne sta facendo pure una battaglia personale. Perfino politica, in un certo senso.
Lo fa piazzando l’argomento ovunque e tutte le volte che se ne presenta l’occasione. Come nel caso della trasmissione Rai, sbarcata sulle colline di Sonnino più per sentirsi confermare la fama di eccellenze che orbita attorno ad alcuni prodotti locali che non per fare da cassa di risonanza alla visione di un imprenditore illuminato e un po’ testardo. Ma lo fa, meno prosaicamente, anche attraverso le attività di un progetto che unisce alla promozione delle qualità di questi olii l’impegno a contrastare il rischio di abbandono delle zone collinari dell’areale del marchio DOP Colline Pontine.
Contrastare e promuovere è, per l’appunto, il doppio binario su cui si articola il persorso di Itrana Alta Quota, ovvero il nome di questo progetto che ambisce a rivendicare il valore di una «olivicoltura eroica» e a raccontare diversamente rischi e opportunità che ruotano attorno al fenomeno dell’abbandono dell’Itrana.
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Abbandono dovuto principalmente alla scomodità di questi terreni. Gestire e produrre un olio extravergine di oliva coltivato in alta collina, magari su terreni terrazzati, dove le pendenze possono arrivare a superare il 20%, impone infatti agli agricoltori costi superiori alla media per via della gestione manuale di tutte le pratiche colturali.
Costi maggiori che in termini puramente strategici significano: rientro dell’investimento a scadenze più lunghe; minore appetibilità sul mercato degli olii più cari, benché migliori; margini di guadagno infinitesimali; disponibilità di ulteriori investimenti fortemente penalizzata; prospettive di crescita ridotte al lumicino, e tutto quello che questa lista comporta anche soltanto in termini di soddisfazione personale e orgoglio imprenditoriale.
Ora probabilmente vi sarà più chiaro anche l’aggettivo «eroico» che gli imprenditori hanno scelto per accompagnare questa iniziativa.
Il punto, però, è che quelli appena elencati non sarebbero gli unici aspetti da tenere in considerazione. Scegliere di non intervenire rispetto al rischio di abbandono degli oliveti in zone collinari comporta infatti costi molto maggiori, e conseguenze molto più serie, di cui nessuno, tra quelli deputati a farlo, sembra tenere conto.
Ed è proprio in questa direzione che, non appena possono, Agresti e gli altri dell’iniziativa Itrana Alta Quota rivolgono le attenzioni di tutti. Abbandonare oliveti di specialità itrana coltivati in fasce collinari, ha spiegato Agresti, «non è solo un problema di diminuzione della produzione di olio, ma anche di perdita di biodiversità, aumento dei rischi per l’assetto idrogeologico e la tutela paesaggistica del territorio. Danni che diventano ancora più rilevanti se a essere lasciati al loro destino sono terreni terrazzati delimitati da muretti a secco. I quali, senza manutenzione, finiscono per perdere il loro potere contenitivo».
Ok, e quindi? E quindi niente, bisogna continuare a parlarne, portando possibilmente la discussione sui tavoli giusti, per scongiurare l’ipotesi che la soglia di attenzione sul tema si abbassi più di quanto non abbia già fatto. Fino a precipitare del tutto.
Perché sarebbe solo la prima cosa a farlo.
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