La provincia di Latina è troppo a sud per le Zone Logistiche Semplificate, ma troppo a nord per le Zone Economiche Speciali. La sensazione è che stia per passare un altro treno gigantesco, e non è detto faccia scalo
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Ogni volta che si sente parlare di incentivi per le imprese, sgravi fiscali e semplificazioni burocratiche, il primo pensiero è: ok, chi ci guadagna davvero in questa storia? Ecco, il tema delle ZES (Zone Economiche Speciali) e delle ZLS (Zone Logistiche Semplificate) sembrano non fare eccezione.
Da una parte, c’è chi le presenta come la grande occasione che stavamo aspettando per rilanciare l’economia di territori in difficoltà. Dall’altra, c’è chi teme che diventino solo l’ennesima sigla da aggiungere alla lista delle occasioni mancate. E la provincia di Latina, come sempre, si trova nel mezzo: beneficiaria sulla carta, spettatrice nella realtà.
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Cominciamo dalla cosa più semplice: cosa sono e a che servono. Le Zone Economiche Speciali sono strumenti nati per dare una spinta al Mezzogiorno d’Italia, offrendo agevolazioni fiscali, snellimenti burocratici e incentivi agli investimenti. Nel 2024 è arrivata la ZES Unica per il Mezzogiorno, che con la promessa di semplificare ha accorpato tutte le ZES regionali in un’unica grande area agevolata.
Beh, bene!, direte voi. Sì, ma al momento solo sulla carta. Perché poi, nel passaggio dalla teoria alla pratica, si tratta di capire quanti e quali di questi vantaggi si tradurranno in concrete opportunità per le imprese della provincia di Latina. Al momento le premesse sono buone. In teoria, infatti, chi investe in una ZES può godere di credito d’imposta fino al 45% per nuovi investimenti, procedure burocratiche più rapide e sgravi fiscali e contributivi per chi assume.
Sul valore assoluto di questo strumento, insomma, non ci sono dubbi. E sicuramente non ne ha, al riguardo, The European House Ambrosetti, il famoso centro studi di Cernobbio. Che in una recente indagine si è divertito a fare i conti e a mettere in fila le cifre dei benefici diretti, indiretti e di indotto che questo provvedimento è potenzialmente in grado di generare per i territori coinvolti. Parliamo di cifre vertiginose. Solo per citarne un paio, prendendo il caso della ZES Adriatica, si parla ad esempio di investimenti complessivi per quasi 1,4 miliardi di euro, con una ricaduta occupazionale prevista di circa 3500 posti di lavoro.
Con numeri del genere, capirete bene, è impossibile non lasciarsi sedurre. Specie poi se la portata promette di essere doppia. Perché oltre alle ZES, anche le ZLS assicurano miracoli, almeno sulla carta.
A differenza delle prime, pensate per ridare impulso al meridione d’Italia, le Zone Logistiche Semplificate dovrebbero invece facilitare lo sviluppo delle infrastrutture logistiche, snellire le procedure per le aziende del settore dei trasporti e del commercio, e infine dare nuova linfa ai porti e agli interporti strategici del centro nord.
E qui, però, veniamo al paradosso. Perché se per le ZES la provincia di Latina rischiava di essere troppo a nord, per l’ingresso nelle ZLS il territorio pontino rischia di essere penalizzato per il motivo opposto: essendo considerato troppo a sud rispetto al perimetro immaginato dal legislatore. Un bel guaio, perché con l’area portuale di Gaeta e il distretto strategico di Aprilia, la provincia di Latina avrebbe tutte le carte in regola per essere invitata a sedere su entrambi i tavoli.
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Divenuto tema di dibattito politico, alla fine qualcosa si è mosso: nel corso del 2024, la provincia di Latina ha incassato nuovi ingressi nelle Zone Logistiche Semplificate. Dentro ci sono Latina, Sermoneta, Sezze, Terracina, Aprilia, Cisterna di Latina, Itri, Gaeta, Formia, Fondi, Pontinia, Minturno, Castelforte e Santi Cosma e Damiano. E sebbene dalla lista manchino ancora diversi e importanti comuni pontini, l’obiettivo, a tendere, è trasformare tutto il basso Lazio in una zona “cuscinetto” al confine con la Campania.
Il futuro dell’area ZLS di Latina va ancora scritto, questa è la verità. E va scritto su un quaderno ancora pieno di pagine bianche. Bianchissime. Ma va detto che per ora non si registrano grandi segnali positivi attorno a quello che sembra essere l’ultimo grande treno che questa provincia ha da cogliere.
La delibera di giunta regionale dell’ottobre 2024, con cui l’amministrazione del Lazio ha avviato questo percorso, e che era stata preceduta da diverse interventi di sindaci e consiglieri regionali per spronarne l’adozione, sembra essere caduta nel vuoto. Solo il Comune di Cisterna di Latina, a quanto ci risulta, ha messo in piedi una attività di ricognizione e di individuazione “delle attività produttive esistenti ed attive sul territorio comunale”.
Quello che viene da chiedersi, dopo il dibattito politico che ha caratterizzato il tema, è se oltre le solite cabine di regia e i tavoli di concertazione, qualcuno si metterà davvero a studiare il tema a livello locale e si farà venire delle idee per sfruttare le potenzialità offerte da quest’area.
Perché il rischio, dicevamo all’inizio, è di continuare ad essere una terra di mezzo. Troppo a nord per contare sulle iniziative per il Sud, ma troppo a Sud per prendere la scia delle aziende del centro-Nord. Con l’unica certezza, questo sì, di restare sempre (troppo) sotto Roma.
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