Nonostante qualche esempio virtuoso e le migliori intenzioni, restano un modello ancora poco seguito in provincia. Colpa della burocrazia, del disinteresse delle istituzioni e dell’ignoranza sul tema
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Tra i diversi modelli della transizione energetica ce n’è uno che fa più fatica degli altri ad affermarsi, almeno in provincia di Latina. Parliamo delle Comunità Energetiche Rinnovabili, le cosiddette Cer.
Una rivoluzione, avevano promesso, ma che non è ancora iniziata. O almeno qui non s’è ancora vista. Oggi in provincia di Latina quelle attive si contano sulle dita di una mano, anche se non esiste un elenco ufficiale. Sono quelle che hanno scommesso prima degli altri su un certo tipo di economia: energia da condividere, bollette più leggere, ridotto impatto ambientale.
Il problema principale? Pochi sanno cosa sono e come funzionano, e ancora meno sembrano credere davvero in questo strumento. Eppure la Regione Lazio, già nel 2022, aveva lanciato un programma ambizioso al riguardo: “100 comunità in 100 Comuni”, si chiamava. Obiettivo del programma: favorire lo sviluppo di queste associazioni; fare in modo che enti locali, cittadini e aziende si consorziassero per produrre energia da fonti rinnovabili e potessero redistribuirla tra loro, generando benefici economici, sociali e soprattutto ambientali.
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Il progetto non è andato secondo le aspettative. Perdonerete lo SPOILER: a 100 non ci sono arrivate, ma nemmeno lontanamente. Soltanto qualcosa, da allora, si è mosso per davvero.
Parliamo allora degli esempi positivi. Come la Cer Imprese Lazio, consorzio cooperativo che punta a riunire imprese e produttori su scala regionale. L’obiettivo è chiaro: montare impianti solari da 1-2 MW nelle aree industriali, comprese quelle della nostra provincia. Nel progetto sono coinvolte anche imprese pontine, a conferma del fatto che, oltre alle buone intenzioni, sul tema delle comunità energetiche qualche esempio virtuoso esiste.
E a proposito di virtuosismi, qui finalmente si inizia a parlare anche di CACER – Configurazioni di Autoconsumo per la Condivisione dell’Energia Rinnovabile -, ossia le modalità di scambio e valorizzazione dell’energia prodotta e non consumata istantaneamente, vale a dire quelle configurazioni incentivanti che vengono distribuite tra produttori e consumatori secondo il prezzo zonale medio orario (Pzo): più è alto, maggiori sono i benefici economici per chi consuma. In questo scenario, Aprilia farà da apripista per il territorio pontino.
Ma oltre alla CER Imprese Lazio, altre iniziative sono in fase di analisi. Ad esempio, Unindustria ha presentato uno studio per lo sviluppo di Comunità Energetiche Rinnovabili nelle aree produttive della provincia di Latina.
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Questo progetto, cofinanziato dalla Camera di Commercio Frosinone-Latina e realizzato in collaborazione con Accenture e il CERSITES – Sapienza Università di Roma, evidenzia l’interesse crescente verso le CER nel territorio, ma ciò nonostante, la mancanza di un registro ufficiale rende difficile quantificare esattamente il numero di CER attive nella provincia. È fondamentale che le istituzioni locali e regionali lavorino per creare un database aggiornato, facilitando così la diffusione e la serialità di questi modelli virtuosi.
Perché i vantaggi sono evidenti. Ci si guadagna in denaro, perché meno compri energia da fuori, più ti resta in tasca. Ma anche in autonomia, perché le CER funzionano come un piccolo network: produci, consumi e redistribuisci. E in sostenibilità: perché più rinnovabile significa meno fossile. E ci si guadagna anche in termini sociali: perché mettere insieme famiglie, negozi, enti pubblici e imprese è molto più di una scelta energetica. È costruire una rete vera.
Sappiamo cosa vi state chiedendo in questo momento: e allora perché non lo fanno tutti? Risposta breve: perché è un labirinto. Nel senso che la burocrazia è asfissiante, i bandi ci sono ma non sono chiari, e poi c’è la questione culturale: pochi sanno realmente cos’è una comunità energetica, figuriamoci mettersi insieme per crearne una.
Eppure il potenziale ci sarebbe. Anzi: c’è. C’è il sole, ci sono i tetti, ci sono le bollette che fanno paura. Ma senza una spinta vera da parte di istituzioni e imprese locali, le comunità energetiche rischiano di restare solo sulla carta.
E chissà se resteremo a guardare anche quest’altro treno mentre ci passa davanti.
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