Basta vedere come vengono gestite, o non vengono gestite, le concessioni balneari dal capoluogo fino al sud. Con qualche distinguo
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Nel libro «L’Italia ha paura del mare», il giornalista Francesco Maselli ci ricorda cosa vuol dire essere un paese marittimo. Un paese marittimo, dice l’autore, è quel paese che «comprende che il mare è uno strumento e una risorsa, e quindi lo sfrutta a 360 gradi».
Il titolo spiega da solo e bene il perché l’Italia non sia questo genere di paese. Volendo argomentare un pelo la tesi di Maselli, l’Italia non è un paese marittimo perché nel corso dei secoli, guardando al mare che lo circonda, ha sempre visto più un problema che altro. O almeno così è parso, stando a cosa hanno fatto (o non fatto) i governi che si sono succeduti dai tempi delle repubbliche marinare in poi.
Pensate alle opportunità mancate nel corso dei secoli in prospettiva militare. O allo sfruttamento per scopi energetici e minerari dei giacimenti al largo della costa. O ancora, più banalmente, pensate ai porti o alla pesca. Vogliamo restringere un altro po’ il perimetro? Pensate allora al cibo, e ai piatti di terra tipici delle località costiere.
Basterebbe questo a dare la misura della nostra incapacità di vedere nel mare la risorsa che è. Ma a rendere il quadro ancora più deprimente, c’è questo fatto per cui, anche quando pensiamo di parlare di mare, in realtà stiamo parlando di terra. E se volete l’esempio più pratico, lo trovate negli stabilimenti balneari.
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Ora, in qualunque modo decidiate di approcciare a questa faccenda degli stabilimenti, che siano cioè per voi già mare e non più terra, o viceversa, quel che è evidente è la straordinaria contraddizione che rappresentano. Per l’Italia, prima di tutto, che è una passerella nel mediterraneo; ma poi anche per la provincia di Latina. Che con i suoi circa 200 km di costa, isole comprese, contribuisce al paradosso italiano più di quanto non facciano altre province del versante tirrenico. Per non dire di quello adriatico.
E senza nemmeno la paura citata da Maselli a cui potersi aggrappare per salvare la faccia. Perché la paura è un sentimento nobile. Ma di nobile, la gestione degli stabilimenti balneari in provincia di Latina, ha davvero molto poco.
A questo punto potreste chiedervi di cosa accidenti dovrebbero rispondere le amministrazioni locali visto che la partita delle concessioni balneari si gioca da vent’anni su altri tavoli, ben al di sopra delle loro teste. Se ve lo state chiedendo davvero, allora forse c’è il rischio che distratti per troppo tempo dal cosa – la messa a bando delle concessioni – abbiate finito, anche voi, per trascurare il come.
Eppure è proprio sul come sono state gestite le concessioni balneari che si consuma la contraddizione mostruosa della provincia di Latina rispetto al «suo» mare. Un territorio in cui il termometro è clemente anche a dicembre, ma che, nonostante questo per niente trascurabile aspetto, non riesce a garantirsi una costa che sia attiva e attrattiva per più di quattro, cinque mesi all’anno. E questo, malgrado le 369 concessioni lasciate a prezzi ridicoli nelle mani dei privati. Per anni.
Chiaro allora che la definitiva messa a gara delle concessioni balneari, che dovrà avvenire obbligatoriamente entro il giugno del 2027, può rappresentare una clamorosa opportunità per i comuni della costa pontina. Una chance per riprendere un po’ in mano il volante e ridisegnare, sia pure con qualche decennio di doloso ritardo, il perimetro delle opportunità. Quelle che queste concessioni dovrebbero finalmente iniziare a garantire alle economie del territorio.
L’elefante nella stanza ha anche un nome: «destagionalizzazione». Un concetto evidentemente poco aderente alle politiche turistiche di molti dei comuni costieri pontini. Molti, ma non tutti.
A Formia, ad esempio, da tempo si stanno promuovendo iniziative per valorizzare il territorio anche oltre la stagione estiva: sfruttandone la posizione strategica, tra mare e montagna.
Dove invece la sfida della destagionalizzazione può dirsi già ampiamente stravinta, è Gaeta. Dal 2016 il comune del golfo punta su questa strada per qualificare l’offerta turistica. Lo fa offrendo a residenti e turisti occasioni e pretesti per vivere e frequentare il litorale letteralmente tutto l’anno. E i 300.000 visitatori messi insieme in pochi mesi nel primo anno di questa sperimentazione, dimostrano che il mare d’inverno può essere una risorsa preziosa. A patto di creare le condizioni e sostenerle come si deve.
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Cioè l’esatto opposto di quanto avviene nel capoluogo. Diventato suo malgrado il simbolo di questa contraddizione in termini che vi stiamo raccontando. Da sempre a Latina si ciancia a proposito della grande opportunità offerta da una costa che sotto il profilo naturalistico non avrebbe nulla da invidiare a quella adriatica. Non avrebbe, appunto. Perché, nonostante questo, il suo lungomare fa gridare allo scandalo per via dello stato di abbandono in cui versa per più di otto mesi all’anno: privo di manutenzione e presidi, senza un evento che sia uno, in cui quel poco che c’è da ottobre a maggio è affidato per lo più all’iniziativa privata. Dove manca persino il contentito di qualche occasione di svago a budget ridotto.
A inizio gennaio del 2025 sono ripartiti i pellegrinaggi dal Comune verso il litorale in vista della prossima stagione estiva. Ma tutto quello che registriamo al momento è l’approvazione del nuovo Piano di Utilizzazione degli Arenini che prevede, tra le altre cose, la nascita di ulteriori quattro nuovi stabilimenti balneari sulle spiagge libere del capoluogo. Dal Comune promettono che questa scelta è funzionale a garantire un litorale più bello, più accessibile (?) e – naturalmente – più redditizio.
Dopotutto, se le premesse sono quelle che vi abbiamo raccontato fin qui, cosa volete che potrà mai andare storto…
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