Gaeta, Formia, Sperlonga e perfino San Felice Circeo dimostrano le potenzialità dell’indotto legato alla nautica turistica. Un diportista lascia sul territorio il doppio di chi dorme in hotel
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Il mare nel capoluogo è un paradosso: c’è, ma non produce. Centinaia di barche cercano posto a Gaeta, Terracina e Formia, mentre nel capoluogo i canali restano insabbiati. Ogni posto barca vale migliaia di euro, ma qui continuiamo a guardare l’onda passare, mentre il resto della provincia punta a salpare nella blue economy.
Servono esempi? Partiamo dal più evidente. Il porto di Gaeta è il simbolo di cosa e di come si può fare. La Base Nautica Flavio Gioia offre 250 posti barca in acqua e 250 a terra, accogliendo imbarcazioni fino a 80 metri. È un’infrastruttura attiva, che genera turismo e lavoro, e che si collega anche al traffico crocieristico del Golfo.
Pensate che il confronto con Gaeta sia ingeneroso? Va bene. Cerchiamo qualcosa di più simile a quello che si potrebbe fare nel capoluogo. Il Porto Canale di Terracina conta circa 800 posti barca per imbarcazioni fino a 18 metri. A Sperlonga, il porto turistico offre 187 posti barca fino a 15 metri. Mentre a Formia è in fase di realizzazione un porto esclusivamente turistico da circa 600 posti barca. C’è poi il porticciolo del Circeo, con 340 posti barca circa per imbarcazioni da 22 metri.
Va bene, sono numeri impalpabili se messi a confronto con i giganti della nautica del Tirreno, ma sommandoli fanno già un comparto che muove barche, persone e servizi. Tanti servizi.
E Latina? Qui le cose si complicano. Il Porto Canale di Rio Martino, tra Latina e Sabaudia, avrebbe una concessione per 200 posti barca, ma è bloccato da anni da insabbiamenti e una gestione ferma al palo. Lo stesso vale per Foce Verde, che sulla carta avrebbe potenzialità portuali, ma resta senza progettualità concreta. La differenza è netta: a Gaeta un porto vive, a Latina il porto resta ancora un’idea.
E a peggiorare il quadro ci sono altri numeri. Quelli che raccontano bene come un ormeggio porta con sé un indotto che va ben al di là del costo sostenuto dal diportista per il posto barca.
Secondo le ultime stime di settore, mantenere una barca di 10 metri in un porto turistico costa tra 2.000 e 4.500 euro l’anno solo di posto barca, più 150 euro al mese di sosta a terra. Più nello specifico, si parla di 200-270 euro per metro di imbarcazione, a seconda dei servizi. Applicato ai circa 2.000 posti barca pontini, significa un giro d’affari annuo potenziale di diversi milioni solo in ormeggi. Ma il vero peso, dicevamo, è nell’indotto: carburante, ristoranti, bar, hotel, noleggi, escursioni, manutenzione. Il diportista, dicono gli studi, spende in media il doppio di un turista d’albergo. Inoltre, un porto turistico non significa solo barche in banchina. È un generatore di occupazione.
Secondo l’Osservatorio Nautico Nazionale – Confindustria Nautica, ogni marina impiega in media 10 professionisti all’anno per la gestione diretta, a cui si aggiunge un rapporto stimato di 1 addetto ogni 4 posti barca nell’indotto collegato: tecnici, manutentori, ristorazione, servizi. In altre parole, un piccolo porto da 500 posti barca può muovere oltre un centinaio di lavoratori stabili. Numeri che spiegano perché la portualità turistica è considerata un “moltiplicatore” dell’economia dei territori.
Il mare pontino ha tutto: coste, paesaggi, parchi, porti sparsi. Ma senza strategia e numeri, i porti restano parcheggi stagionali e non infrastrutture economiche. Gaeta, Terracina, Sperlonga e Formia mostrano la strada.
Latina, invece, resta ferma tra carte, sabbia e promesse. Finché non misureremo quanto valgono davvero i nostri porti, resteremo al palo: con il mare sotto casa, ma l’economia altrove.
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