Da oltre un anno la navigazione è interdetta e le attività sono bloccate. Per questo molte aziende si sono trasferite e alcuni operatori hanno abbandonato la professione
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Quando un porto resta chiuso per anni, chi si assume la responsabilità dei danni economici subiti dagli operatori? La domanda è più che legittima di fronte al caso di Rio Martino, l’unico approdo attivo tra Latina e Sabaudia, completamente interdetto alla navigazione dal 2024 per l’insabbiamento del fondale. Una situazione finita nelle secche della burocrazia e di un’amministrazione che ha ammesso più volte di avere le mani legate, e che negli anni ha condotto al collasso economico decine di famiglie che vivono di pesca e piccola nautica.
Riavvolgiamo velocemente il nastro. Dopo anni di polemiche, periodi di alta marea favorevoli per la pesca alternati a periodi di “bassa” con i fondali impraticabili, e dopo decine di proteste a favore di telecamera, a giugno 2024 l’ufficio circondariale marittimo di Terracina emise l’ordinanza con cui dispose l’interdizione nautica completa in ingresso e in uscita dal porto-canale di Rio Martino. E da allora nessuna unità navale, a tutt’oggi, può transitare in sicurezza a causa dell’insabbiamento dell’imboccatura. Una misura necessaria per garantire l’incolumità degli operatori e delle imbarcazioni, ma che di fatto ha paralizzato ogni attività economica connessa all’approdo.
Il blocco ha un costo umano ed economico immediato che sta impoverendo il territorio. I pescatori professionisti attivi su Rio Martino erano circa 26 scesi a 19 perché alcuni lavoratori hanno deciso di lasciare Latina per emigrare in altri porti mentre altri hanno scelto lavori diversi sia per la situazione del porto canale che per l’invasione del granchio blu. A ogni uscita in mare, una barca può garantire circa 250 euro al giorno di incasso, ovvero 2.500/3.000 euro al mese. Questo si traduce in più 700mila euro al mese totali che vanno in fumo per quelle attività che vivono di pesca.
Non si tratta solo di mancate entrate. Le imbarcazioni, ferme, devono comunque essere soggette ad una manutenzione periodica. Tanti operatori non possono trasferirsi in altri porti, perché significherebbe investire in nuove attrezzature, adattare la logistica e sostenere costi che – con i fatturati attuali – non sono affrontabili.
Il dramma di Rio Martino non è figlio del caso. È il risultato di anni di sottovalutazione e cattiva gestione. Già pochi mesi dopo l’insediamento della nuova amministrazione il Comune di Latina aveva annunciato un intervento di escavazione urgente, previsto per ottobre. Passarono i mesi, ma di quei lavori non ci fu traccia.
Anzi, gli operatori ricevettero la beffa finale: l’intervento non è più possibile, si dovrà attendere il futuro dragaggio, il cui iter è in fase di approvazione con fondi per 1,2 milioni di euro comprensivi anche degli interventi di ripascimento. «Ora con il canale chiuso, non portiamo più un euro a casa – spiegano i pescatori – ci hanno promesso che avrebbero anticipato il cronoprogramma dei lavori di dragaggio e ripascimento e da novembre i fondali saranno liberati e dragati per consentirci di operare per le feste natalizie. Ci appigliamo a questa speranza».
– Leggi anche: Fin dove può spingersi l’itticoltura nel sud della provincia di Latina
Nel frattempo, è finita un’altra stagione estiva con un approdo chiuso. Un danno economico incalcolabile per chi lavora sul mare e per il territorio stesso, che perde competitività turistica e credibilità. I pescatori professionisti hanno più volte minacciato di voler chiedere un indennizzo per i mesi di fermo.
“Ci sentiamo presi in giro: Rio Martino era l’unico punto del litorale pontino dove si potevano scarrellare le barche. Ora ci hanno tagliato le gambe». Mentre altrove – da San Felice Circeo a Gaeta – si investe nella portualità come strategia economica rilevante, Latina lascia marcire le sue uniche infrastrutture esistenti, con danni concreti per il PIL locale e per l’occupazione.
Perché quando un porto si ferma, non è solo il mare a restare immobile. È tutta l’economia costiera che va alla deriva.
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