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27 Agosto, 2026
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A Ponza la crisi del miele si contrasta con l’aiuto della genetica

Ci sta provando un allevatore insieme all’unico apicoltore dell’isola. Già attiva una stazione di fecondazione per le api regine con fuchi caratterizzati geneticamente per rendere l’ape “italica” più resistente

A Ponza la crisi del miele si contrasta con l’aiuto della genetica

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“La verità è che le api hanno una magia che ancora pochi riescono a cogliere. E noi, noi che le alleviamo, abbiamo il privilegio speciale di ascoltare il dolore della terra”. Lorenzo Buratti è un ingegnere di 40 anni che da 15 si occupa di apicoltura. Originario di Pavia, dal 2018 si è trasferito a Terracina: ha 400 alveari sparsi un po’ ovunque. Anche se è a Ponza che sta realizzando il suo sogno.

  –  Leggi anche: Il Fieno di Ponza ha una storia incredibile per essere solo un vino

Lì infatti, anche grazie all’associazione Aissa, Lorenzo sta portando avanti la selezione della razza apis mellifera ligustica, quella originaria del nostro paese, nell’ambito dello spin off aziendale Eea Island Queen Bees, avviato con il progetto Sesamelc finanziato dal Ministero dell’agricoltura. Non da solo, ovviamente, ma con la preziosa collaborazione dell’unico apicoltore di Ponza, Gianluca Infante.

Vale la pena qui fermarsi un attimo per dare un’idea del contesto in cui si muove il mercato del miele. Per dire, fino a tre anni fa, in Italia circa 70mila allevatori detenevano 1,8 milioni di arnie, per un patrimonio complessivo di circa 100 miliardi di api, con una produzione di miele tra le 16 e le 25 mila tonnellate all’anno.

Ma negli ultimi anni, a causa delle criticità ambientali, soprattutto cambiamenti climatici e pesticidi, la produzione italiana si è ridotta mediamente di un terzo, in alcuni regioni il calo supera il 50%. Gli alveari muoiono, gli impollinatori selvatici – che non possono contare sull’aiuto degli apicoltori che reintegrano le perdite – sono in conclamato declino. 

Non solo, l’import di miele estero è cresciuto costantemente. Nel 2024 parliamo di 23mila tonnellate di miele, di cui 15mila arrivano dall’Europa dell’est: Ungheria, Romania, Ucraina. Ma non è detto che sia stato prodotto lì. “Spesso ha origine extra europea, soprattutto Cina. Frodi ed adulterazione troppo frequenti, non sempre individuate. È venduto alla metà del prezzo di produzione del miele, quello vero e italiano”, ammette Buratti. Per questi motivi le aziende faticano, in molti stanno chiudendo in varie parti del paese. Ed è un problema per tutti.

 –  Leggi anche: Una task force per salvare la cultura dell’olio

Ecco che allora Ponza, in un’ottica di diversificazione aziendale e resilienza, diventa strategica. Qui, per la prima volta in Italia, è stata creata una stazione di fecondazione dove le api regine vergini si accoppiano con i fuchi selezionati. Di più, certificati. Grazie al progetto Sesamelc si è partiti da api di razza certificata attraverso un’analisi genetica completa.

Anche l’amministrazione comunale ha creduto tanto nel lavoro svolto da Buratti e Infante. Già nel 2021 ha emesso un’ordinanza per vietare l’introduzione di nuovi alveari sull’isola, e questo consente di impedire la contaminazione genetica delle api.

Ponza sta diventando un punto di riferimento nel mondo dell’apicoltura. “Vogliamo diventi un luogo strategico, in cui le api della razza ligustica possano essere protette dall’ inquinamento genetico. E proseguendo con il lavoro di selezione queste api diventeranno sempre più resistenti al cambiamento climatico, robuste ai patogeni e produttive; con il lavoro in corso potremo avere un’ape migliorata”.

Per Buratti dovrà “tornare a essere la prima scelta per l’apicoltura italiana e non solo. Andremo sul mercato con regine da riproduzione di qualità e disponibili in quantità. È un grande lavoro e per un risultato duraturo sarà necessario collaborare in rete con le poche virtuose realtà che hanno a loro volta avviato progetti simili”.

L’obiettivo è quello di una certificazione di qualità e insieme il rilancio di un prodotto che in passato è già stata un’eccellenza assoluta, importata ed utilizzata come prima scelta per l’apicoltura produttiva in ogni parte del mondo.

Purtroppo però le minacce che gravano sul futuro di api e apicoltori restano e mettono a rischio la sopravvivenza dell’intero settore. Qui la partita è sia nazionale che europea. “Come apicoltori siamo tutti in attesa che arrivi una urgente soluzione all’altezza dell’emergenza, per tenere vivo un settore magari considerato marginale a livello economico ma di certo strategico a livello ambientale . 

Le api infatti, insieme agli impollinatori selvatici, danno un fondamentale contributo alla sicurezza alimentare e alla stabilità degli ecosistemi vegetali. Si pensi che a livello globale, con il servizio di impollinazione, gli apoidei apportano un valore stimato di 153miliardi di euro (22mld nella sola Europa), sono responsabili della riproduzione di circa il 70% delle specie vegetali viventi e garantiscono il 35% della produzione di cibo globale.

Insomma, un esercito invisibile e silenzioso di miliardi di operaie, al lavoro per tutti noi e per il nostro futuro. Resta una sola domanda: saremo abbastanza saggi da proteggerle?

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