Lo producono le Antiche Cantine Migliaccio da viti con più di 300 anni di storia. Un sogno familiare e romantico che va dai Borboni al Fascismo, fino ai dazi di Trump
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Un’isola è un’isola solo se la guardi dal mare, diceva Roy Scheider in quello splendido cult che divenne Lo Squalo. Sono la poesia di una frase come questa, e il pragmatismo che sottintende, che vengono in mente oggi, guardando l’ardimento struggente di cui sono capaci certi filari che si inerpicano lungo i pendii di Punta Fieno. Siamo a Ponza, certo, e questa è la storia di un sogno che sembrava perduto.
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Dicevamo: Punta Fieno. In uno degli angoli più remoti, qui, nel 1734, si insediò Pietro Migliaccio. Arrivava da Ischia, e come lui tanti altri che giunsero a Ponza quando Carlo di Borbone colonizzò l’isola. Il sovrano assegnò diversi terreni in enfiteusi perpetua. A Migliaccio furono dati quelli del Fieno e – tu guarda il destino – erano gli unici già stati coltivati a vite. Lui si limitò a portare a Ponza i vitigni tipici della sua Ischia: Biancolella, Forastera, Guarnaccia, Aglianico e Piedirosso.
Passano i secoli. Guerre. Rivoluzioni. Carestie. Migrazioni. Regimi. Tra i filari dilagano gli sterpi. A lavorare la terra restano pochi, irriducibili anziani.
Ancora adesso Punta Fieno risulta praticamente incontaminata per via dell’impossibile approdo via mare – a meno che uno non voglia saltare dalla barca sugli scogli – e anche per il complicatissimo accesso via terra: serve farsela a piedi per 40 minuti lungo una mulattiera, nella macchia mediterranea.
È a questo punto – un po’ di anni fa – che compare sulla scena Emanuele Vittorio, nipote di Benedetto Migliaccio, uno dei capostipiti del Fieno, come hanno imparato a chiamarlo.
Emanuele di mestiere fa l’odontoiatra, non sappiamo dirvi se è uno di quelli bravi, e poi adesso sinceramente non ci interessa neanche. Quello che invece bisogna sapere è che un visionario.
Quella terra, e quei filari, sono il suo sogno di bambino. E per questo li riporta a nuova vita. Pulisce i terreni, ristruttura i terrazzamenti, organizza il lavoro chiamando amici e parenti a raccolta. Con la moglie, Luciana Sabino, nel 2000 dà vita alle Antiche Cantine Migliaccio e restituisce la luce a quell’ostile, meraviglioso, pezzo di isola.
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“Mio padre, Gino Vittorio, era un confinato politico – dice Emanuele -, s’era fatto arrestare a 16 anni per aver issato la bandiera comunista sul ponte della Sanità. Lo mandarono a Ponza dove ha conosciuto mia madre, Anna Civita, che era la figlia di Benedetto Migliaccio. La mia infanzia l’ho trascorsa a Ponza, qui ho fatto le elementari, e poi ci ho passato tutte le estati. Ricordo quando venivamo per la vendemmia, ad aiutare il nonno, era un momento magico”.
Quella magia gli è rimasta dentro. Per 50 anni. L’ha convinto a tornare al Fieno e lo ha aiutato a vincere una sfida che sembrava impossibile.
“La parte più difficile è stata ripristinare i terrazzamenti, pulire tutto, ricominciare. Ma abbiamo recuperato quelle piante a piede franco che avevano più di tre secoli. All’inizio non avevamo mezzi, si vendemmiava schiacciando l’uva con i piedi. Quanta fatica tra quei muri a secco, ma che spettacolo sentire quei profumi e poi alzare gli occhi e vedere il mare”.
Una volta ci si aiutava tra contadini confinanti. “Un giorno si vendemmia da te, il giorno dopo da me e così via. Partecipavano in tanti, si faticava tanto ma ogni giorno era una festa”.
Le braccia dei ponzesi oggi sono attratte da lavori più facili. “La terra a Ponza è sempre stata una risorsa importante, qui si produceva perfino il grano. Ma i vecchi contadini non ci sono più, la memoria collettiva rischia di andare perduta. Per dire, i nostri giovani collaboratori lavorano con noi solo da settembre a maggio, durante l’estate preferiscono accompagnare i villeggianti in barca, o comunque lavorare nel turismo, perché guadagnano molto di più, e faticano molto meno”.
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Nonostante questo però le Antiche Cantine Migliaccio sono diventate grandi. “Siamo stati premiati dal Gambero Rosso, dal Touring Club, dallo Slow Wine. Produciamo dodicimila bottiglie l’anno – spiega Luciana – e abbiamo due distributori, uno regionale e l’altro nazionale. Abbiamo anche esportato negli Usa per un periodo, in Oregon, ma sinceramente adesso con tutta la burocrazia e la vicenda dei dazi ci sta passando la voglia. Siamo concentrati maggiormente sul mercato locale”.
Ma anche su una possibile estensione dei vigneti. Dai tremila metri iniziali oggi le Cantine si estendono su oltre tre ettari, anche se poi i muri a secco sottraggono tanto spazio.
“Tanti terreni sono stati abbandonati, i proprietari me li propongono per l’acquisto – spiega Emanuele Vittorio – e sinceramente alcune trattative che sto portando avanti sembrano anche interessanti. Solo mi chiedo chi porterà avanti tutto questo, noi stiamo diventando vecchi. Ecco, il mio desiderio più profondo è quello di salvare il Fieno, e soprattutto che Ponza possa riscoprire quella vocazione che aveva e che ha sacrificato in nome del turismo. Questa è una terra difficile, ma noi lo abbiamo capito bene: sa anche dare frutti straordinari”.
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