Produzioni straordinarie e migliaia di aziende impegnate, manca una politica di valorizzazione, commercializzazione e recupero dei vecchi oliveti. Le proposte di Confagricoltura Latina
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Con 7.400 ettari coltivati a olivo e oltre 2mila aziende attive la provincia di Latina gioca un ruolo essenziale nel settore dell’olivicoltura e della produzione di olio. I dati emergono da una nota stampa di Confagricoltura Latina che, a ridosso della campagna di raccolta 2025/2026 lancia un allarme, ancora una volta, legato all’emergenza climatica a causa della quale, spiegano dall’organizzazione agricola “non ci sono i presupposti di un anno migliore degli ultimi tre o quattro anni con condizioni primaverili di grande fioritura ma bassa allegagione”. In pratica, manca il frutto.
Il problema sono le stagioni estive troppo calde e la mancanza di basse temperature invernali che sono alla base di una bassa produzione, di una bassa resa e di spese elevate di gestione che sono causa, spiegano dall’organizzazione agricola del fenomeno dell’abbandono degli oliveti.Dati alla mano, si parla di 2mila aziende attive ma i produttori, anche quelli piccoli che hanno a disposizione appena duemila metri di terreno, sono complessivamente 8640 secondo l’ultimo censimento Istat. A questi dati si aggiungono quelli dei frantoi, 37 in tutto. Un business importante, soprattutto per le aree di produzione che vanno da Rocca Massima a Cori, fino a Minturno e Castelforte, con produzioni di qualità straordinaria come la notissima varietà itrana, meglio conosciuta – ormai a livello nazionale – come oliva di Gaeta. A questa si aggiungono le produzioni di leccino e frantoio.
Ci sono i numeri ma manca la spinta economica che, secondo Confagricoltura Latina, è data “dalla frammentazione produttiva, l’insufficiente organizzazione commerciale e la sottodichiarazione dei volumi reali, con una parte significativa di olio venduto dai circuiti ufficiali, tutti elementi che continuano a rappresentare un freno alla crescita insieme a margini ridotti, carichi burocratici eccessivi che danneggiano produttori virtuosi e ostacolano l’accesso a fondi pubblici e misure di promozione”.
Da qui la posizione dell’organizzazione agricola che punta ad un piano di rilancio che deve puntare “Sulla semplificazione amministrativa, la regolarizzazione della produzione, incentivi agli investimenti tecnologici e alla riconversione varietale, al sostegno alla filiera corta, al rafforzamento della Dop Colline Pontine e delle certificazioni di qualità” passando per un supporto concreto al settore dell’oleoturismo e al posizionamento del prodotto nella grande distribuzione”. “Ma – sottolineano il presidente dell’organizzazione agricola Luigi Niccolini e il direttore Mauro D’Arcangeli – serve una regia condivisa che metta al centro il lavoro agricolo, la sostenibilità e la valorizzazione del patrimonio rurale. L’olivicoltura pontina ha già dimostrato di saper produrre eccellenza. Con un adeguato supporto istituzionale e una strategia orientata al mercato, si può ripartire con un nuovo ciclo di crescita, fondato sulla qualità, sulla trasparenza e sul legame profondo tra olio e territorio”.
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