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27 Agosto, 2026
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Una task force per salvare la cultura dell’olio

Produzioni straordinarie e migliaia di aziende impegnate, manca una politica di valorizzazione, commercializzazione e recupero dei vecchi oliveti. Le proposte di Confagricoltura Latina

Una task force per salvare la cultura dell’olio

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Con 7.400 ettari coltivati a olivo e oltre 2mila aziende attive la provincia di Latina gioca un ruolo essenziale nel settore dell’olivicoltura e della produzione di olio. I dati emergono da una nota stampa di Confagricoltura Latina che, a ridosso della campagna di raccolta 2025/2026 lancia un allarme, ancora una volta, legato all’emergenza climatica a causa della quale, spiegano dall’organizzazione agricola “non ci sono i presupposti di un anno migliore degli ultimi tre o quattro anni con condizioni primaverili di grande fioritura ma bassa allegagione”. In pratica, manca il frutto.

Il presidente di Confagricoltura Latina, Luigi Niccolini

Il problema sono le stagioni estive troppo calde e la mancanza di basse temperature invernali che sono alla base di una bassa produzione, di una bassa resa e di spese elevate di gestione che sono causa, spiegano dall’organizzazione agricola del fenomeno dell’abbandono degli oliveti.Dati alla mano, si parla di 2mila aziende attive ma i produttori, anche quelli piccoli che hanno a disposizione appena duemila metri di terreno, sono complessivamente 8640 secondo l’ultimo censimento Istat. A questi dati si aggiungono quelli dei frantoi, 37 in tutto. Un business importante, soprattutto per le aree di produzione che vanno da Rocca Massima a Cori, fino a Minturno e Castelforte, con produzioni di qualità straordinaria come la notissima varietà itrana, meglio conosciuta – ormai a livello nazionale – come oliva di Gaeta. A questa si aggiungono le produzioni di leccino e frantoio.

Ci sono i numeri ma manca la spinta economica che, secondo Confagricoltura Latina, è data “dalla frammentazione produttiva, l’insufficiente organizzazione commerciale e la sottodichiarazione dei volumi reali, con una parte significativa di olio venduto dai circuiti ufficiali, tutti elementi che continuano a rappresentare un freno alla crescita insieme a margini ridotti, carichi burocratici eccessivi che danneggiano produttori virtuosi e ostacolano l’accesso a fondi pubblici e misure di promozione”.

Da qui la posizione dell’organizzazione agricola che punta ad un piano di rilancio che deve puntare “Sulla semplificazione amministrativa, la regolarizzazione della produzione, incentivi agli investimenti tecnologici e alla riconversione varietale, al sostegno alla filiera corta, al rafforzamento della Dop Colline Pontine e delle certificazioni di qualità” passando per un supporto concreto al settore dell’oleoturismo e al posizionamento del prodotto nella grande distribuzione”. “Ma – sottolineano il presidente dell’organizzazione agricola Luigi Niccolini e il direttore Mauro D’Arcangeli – serve una regia condivisa che metta al centro il lavoro agricolo, la sostenibilità e la valorizzazione del patrimonio rurale. L’olivicoltura pontina ha già dimostrato di saper produrre eccellenza. Con un adeguato supporto istituzionale e una strategia orientata al mercato, si può ripartire con un nuovo ciclo di crescita, fondato sulla qualità, sulla trasparenza e sul legame profondo tra olio e territorio”.

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