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27 Agosto, 2026
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L’inefficienza ambientale di Latina è un costo in più per le imprese locali

Acqua e rifiuti sono gli indicatori più evidenti della “tassa” nascosta che erode i margini e grava sulle economie dei piccoli e grandi imprenditori del capoluogo. Oltre che delle sue famiglie.

L’inefficienza ambientale di Latina è un costo in più per le imprese locali

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Quanto costa a Latina la sua inefficienza ambientale? Dalla rete idrica che disperde oltre il 68% dell’acqua al trasporto pubblico deserto, quali ricadute economiche e sociali comportano le performance negative del capoluogo, certificate dal rapporto Ecosistema Urbano 2025?

Una inefficienza, quella messa nero su bianco nell’ultima indagine di Legambiente e Ambiente Italia, basata su dati comunali relativi in modo prevalente all’anno 2024, nel quale il capoluogo risulta essere in 93ª posizione su 106 città italiane, con un punteggio complessivo di 41,53% tarato sui sei macro indicatori presi in esame: aria, acque, rifiuti, mobilità, ambiente urbano ed energia.

Il dato parla da sé: Latina si colloca nelle ultime posizioni della graduatoria nazionale che misura la qualità ambientale e la sostenibilità urbana, lontanissima dai centri virtuosi del Nord Italia. Ma dietro questo risultato non c’è solo un problema “ecologico” o d’immagine: c’è anche un costo economico tangibile, che ricade ogni giorno sul bilancio comunale e si riversa sui contribuenti. E che vanifica gli sforzi penalizzando gli investimenti fatti da quegli imprenditori dovrebbero essere i primi beneficiari dell’efficienza ambientale delle amministrazioni dei territori in cui investono, non le vittime della loro incapacità a risolvere i problemi.

La "pagella" di Latina contenuta nel rapporto Ecosistema Urbano tarata su sei macro indicatori: aria, acque, rifiuti, mobilità, ambiente urbano e energia (fonte: Sole24Ore)

Stando all’indagine, l’acqua è il principale problema del capoluogo pontino. Latina registra infatti una dispersione idrica del 68,1% – uno dei valori assoluti più alti d’Italia – al pari con Siracusa e ben oltre la media nazionale del 36%. In termini pratici, significa che oltre due terzi dell’acqua immessa nella rete va persa prima di raggiungere le case e le attività produttive. Una dispersione di risorse che non riguarda solo l’ambiente, ma anche il portafoglio collettivo.

Ogni metro cubo d’acqua disperso rappresenta infatti un costo sostenuto inutilmente: pompaggio, depurazione, energia e manutenzione vengono comunque pagati, anche se l’acqua non arriva a destinazione. Secondo le stime di Legambiente, in una città come Latina le perdite possono equivalere a milioni di euro all’anno tra costi diretti e indiretti.

A ciò si aggiungono i danni derivanti dalla carenza idrica nei periodi di siccità: più acqua si perde, più si è costretti a prelevarne di nuova dalle falde o dai bacini, aggravando la pressione sulle risorse e aumentando i costi di approvvigionamento. Il paradosso è che Latina riceve un bonus di Legambiente per la gestione e il recupero delle acque meteoriche, ma la rete di distribuzione — vecchia, frammentata e poco manutenuta — vanifica gran parte di questi sforzi. L’effetto economico si traduce quindi in spreco di risorsa pubblica; maggiori costi di gestione per il gestore idrico e, di conseguenza, tariffe più alte per i contribuenti, imprese e cittadini, e infine perdita di competitività per il territorio.

Il dato relativo alla (scarsa) qualità del servizio idrico assicurato a Latina (fonte: Sole24Ore)

Ora applicate lo stesso principio – e la stessa qualità – del servizio idrico ai trasporti pubblici. Il risultato è che Latina registra appena 8 passeggeri per abitante all’anno sul trasporto pubblico urbano, uno dei valori più bassi tra i capoluoghi italiani di medie dimensioni. Per confronto, città simili come Modena o Parma superano i 100 passeggeri per abitante, mentre alcune grandi città (Milano, Firenze, Venezia) arrivano a valori superiori ai 400 o 500. Un TPL così poco utilizzato non è solo un segnale di inefficienza del servizio, ma anche una zavorra economica.

Ogni corsa poco frequentata significa mezzi che consumano carburante, richiedono manutenzione, personale e risorse pubbliche senza ritorni proporzionati. Inoltre, la scarsa attrattività del trasporto pubblico pontino spinge i cittadini verso l’uso massiccio dell’auto privata — e qui i numeri parlano chiaro: 72 auto ogni 100 abitanti, uno dei tassi di motorizzazione più alti tra le città italiane. Il costo collettivo di questa situazione è economico, perché mantenere una flotta sottoutilizzata è oneroso per le casse pubbliche, ambientale, per le maggiori emissioni di CO₂ e l’inquinamento locale, sociale, perché una mobilità basata sull’auto penalizza chi non dispone di mezzi propri, aumenta traffico e incidenti, riduce la qualità della vita urbana.

Investire in un sistema di trasporto efficiente, integrato e digitale avrebbe ritorni economici e sociali rapidi, ma questo tema resta l’eterno vulnus della città. Ogni punto percentuale di incremento dell’utenza del TPL riduce traffico, tempi di spostamento e costi sanitari legati all’inquinamento. Ma al momento, Latina rimane ancora una città prigioniera dell’automobile.

Altro tallone d’Achille è la gestione dei rifiuti. Con una raccolta differenziata ferma al 52,2 %, Latina resta sotto l’obiettivo di legge del 65 % fissato ormai da oltre un decennio. La media dei capoluoghi italiani ha da poco superato quella soglia, segno che la città pontina sta perdendo terreno. Ogni tonnellata di rifiuti indifferenziati comporta costi di smaltimento più alti e nessun ritorno economico dal recupero di materiali riciclabili. In termini economici, ciò significa più spesa pubblica e meno risorse recuperate. Aumentare la differenziata non è solo una questione ambientale: è una strategia economica. Il riciclo e il riuso generano filiere produttive locali, lavoro e risparmi sui conferimenti in discarica. Latina, invece, continua a spendere di più per gestire peggio.

E quindi, vi starete?

E quindi tutto questo ha un prezzo. Letteralmente. Sommando i vari fronti critici – rete idrica inefficiente, trasporto pubblico vuoto, raccolta differenziata incompleta, carenza di verde e rinnovabili – si ottiene un quadro chiaro: la non-sostenibilità ha un costo elevato. Secondo le stime più recenti dell’ISPRA e dell’ISTAT, i costi ambientali indiretti (sprechi idrici, smog, rifiuti, congestione) possono pesare per oltre 1.000 euro all’anno per abitante nelle città con basse performance ambientali.

Applicando questa stima a Latina, si parla di oltre 100 milioni di euro l’anno di costi sociali e ambientali “nascosti”, che si traducono in maggiori spese sanitarie (malattie respiratorie, stress termico, inquinamento), perdite economiche dovute al traffico e alla congestione, sprechi di risorse idriche ed energetiche, ridotta attrattività per investimenti e turismo.

Il rapporto Ecosistema Urbano 2025 mette Latina di fronte a un bivio, insomma. Restare questi, o iniziare a immaginare una storia diversa per i prossimi 100 anni.

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