Pur tra limiti evidenti e qualche figuraccia, le esperienze di “Fogliano Arena” e “Arena del Mare” hanno provato a riaccendere un’economia sulla quale nessuno in provincia sembrava credere più: quella culturale
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In provincia di Latina la cultura procede a strappi. Da sempre, a momenti di grande fermento si alternano periodi di buio totale. Ogni tanto qualcuno prova a mettere in piedi progetti di qualità – rassegne teatrali, festival, mostre fotografiche – ma restano sempre, sistematicamente, delle iniziative isolate. Belle, utili, ma sempre scollegate le une dalle altre. Prive di alcuna strategia e di una qualche progettualità di medio lungo periodo.
L’estate 2025, però, ha fatto intravedere un leggero cambio di passo, o per lo meno un accenno. Due esempi su tutti: Fogliano Arena (a Latina) e Arena del Mare BCC (a Sabaudia). Due spazi veri, due cartelloni fitti, due modi diversi per dire che lo spettacolo può essere anche impresa.
Sul litorale di Latina, dove c’era un parcheggio e un terreno disseminato di buche, questa estate è sorta un’arena che ha diffuso musica e sparato luci al cielo quasi ogni notte. La prima stagione si è chiusa il 14 agosto con il Latina in Arena Music Festival: ingresso gratis, tavoli privè a 25 €, dj set e street food.
Molti gli eventi a pagamento, come il Party Defected: biglietti da 20 € e pacchetti VIP fino a 800 euro. E di serate importanti ce ne sono state tante: da Steve Aoki a Nino Frassica a Lazza. In mezzo, però, anche qualche incidente di percorso. Come quello capitato con Gianluca Vacchi. Un forfait clamoroso, che però è servito se non altro a testare la reattività degli organizzatori e la loro capacità di gestione delle crisi. Dimostrando, tra l’altro, di sapere come ci si comporta.
Insomma, la stagione ha funzionato. Anche al netto di qualche sopracciglio alzato. Dopotutto, non si butta via un impegno del genere per qualche contrattempo.
Dal 17 luglio al 16 agosto Sabaudia si è invece trasformata in una piccola Brodway. Sul lungomare all’ombra del Circeo sono passati Anastacia, Brignano, i Blue (unica tappa del centro-sud), Massimo Ranieri e l’orchestra per Morricone. L’organizzazione, impeccabile, in questo caso era affidata alle mani esperte della Ventidieci. I prezzi? Dai 20 ai 40 euro circa. E ovviamente, sempre tutto esaurito. Ci perdonerete l’ironia, ma chi l’avrebbe mai detto che nomi di spessore avrebbero attirato tanto pubblico?!
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Ma se pensate che la portata economica di questi eventi si misuri solo con l’indotto legato ai singoli eventi (biglietti, cibo e bevande, merchandising) è evidente che vi sta sfuggendo un pezzo di questa storia. E il più rilevante, oltretutto.
Sì perché tra le migliaia di ospiti delle due arene, quella di Latina e quella di Sabaudia, molti venivano da fuori. E se ancora non è chiaro il punto di arrivo del nostro ragionamento, immaginate cosa questo abbia significato in termini di turismo alberghiero ed extra-alberghiero, di pranzi e di cene, di aperitivi, di colazioni, di giornate al mare, di shopping. Perfino di parcheggi. Questo è l’indotto – vero – mosso da eventi del genere. Da lì passa la dimostrazione di quanto la cultura possa e debba essere un’impresa per questa provincia. E non solo in prospettiva stagionale.
Solo per dare qualche dato: nell’area del Parco del Circeo ci sono 1.992 seconde case e 9.741 posti letto (Latina città: 13.491). Ogni data potrebbe riempire ulteriormente camere e ristoranti. Un turista “culturale”, solo per l’enogastronomia, spende in media 35-50 € al giorno in cibo e bevande. Figuriamoci quanto potrebbe aumentare la spesa, se tarata anche su eventi che, per ogni serata, impiegano dai 30-100 lavoratori a tempo tra tecnici, sicurezza, baristi e pulizie.
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Poi c’è anche un altro tipo di impresa culturale, quella che potrebbe essere definita come “passiva” e di cui il precedente di Netflix a Sabaudia è la rappresentazione plastica del concetto di opportunità che intendiamo da queste parti. Per ospitare le riprese della serie “Adorazione”, infatti, l’indotto generato a beneficio delle attività locali è stato di 520.000 € per gli hotel; 252.000 € per le comparse; 144.000 € per i catering e 234.000 € per bar e ristoranti.
Tutto più chiaro così?
Come avrete capito, le arene sono solo la punta dell’iceberg. E in provincia di Latina il terreno fertile c’è per fare della cultura un’impresa e unire finalmente “il pane e le rose”.
Qui convivono infatti realtà consolidate. Per citarne alcune: il Festival della Collina, dove si incontrano folklore internazionale e artigianato, volontariato e ospitalità diffusa; il Festival internazionale del Circo – Città di Latina, una macchina logistica che ogni anno accoglie artisti da oltre 20 nazioni; il Latina Stori@Fest, appuntamento in cui la città si trasforma in un villaggio culturale per una settimana.
Infine i piccoli cartelloni teatrali e le rassegne di nicchia, spesso anche di qualità, che però faticano a emergere e a farsi notare. E questo perché, come si è detto, si tratta di isole, niente più di questo, in un arcipelago di attività confuso e mai mappato come meriterebbe.
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Ed è un grande, un terribile peccato. Perché (lo abbiamo visto) lo spettacolo, quando è impresa, moltiplica l’impatto sui territori: turismo, ristorazione, lavoro. Ma perché funzioni serve una regia. Senza, anche le migliori iniziative restano episodi, e l’economia culturale pontina resta l’ennesimo potenziale inespresso.
Con il sole, il mare e un patrimonio diffuso, la provincia ha già gli ingredienti che servono. Serve solo unire i puntini sulla mappa. Prima che il sipario si abbassi di nuovo.
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