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27 Agosto, 2026
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L’erosione a Latina si è mangiata anche l’economia del litorale

Con l’acqua arrivata fin dentro ai chioschi le aspettative degli operatori balneari per la stagione alle porte sono bassissime. E mentre il mare avanza il Comune è davanti a un bivio

L’erosione a Latina si è mangiata anche l’economia del litorale

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Ci sono luoghi in cui il tempo non si limita a passare: consuma. La costa di Latina è uno di questi. Qui il mare non irrompe, non distrugge in un solo gesto spettacolare. Lavora in silenzio, stagione dopo stagione, sottraendo sabbia, spostando confini che sembravano stabili. L’erosione non è un evento: è un processo. E quando ce ne accorgiamo, spesso è già avanzata abbastanza da cambiare la geografia e l’economia di un territorio.

Come sta accadendo sulla costa pontina, in particolare il tratto da Capo Portiere a Foceverde, circa 25-30 km di litorale in un’area a elevata densità di stabilimenti balneari, strutture ricettive e residenze.

Qui negli ultimi anni la spiaggia del litorale pontino è diventata più sottile, più fragile, più esposta, inverno dopo inverno, da Foce Verde a Rio Martino fino al Parco Nazionale del Circeo. Le mareggiate hanno reso visibili i danni: palafitte lambite dall’acqua, torrette e cabine sommerse, con la sabbia ridotta anche di un metro.

Nel tratto urbanizzato “A” il mare ha ormai raggiunto le strutture balneari, mentre nel tratto “B” l’erosione minaccia la duna, prima barriera naturale che tutela anche i laghi costieri retrostanti.

Secondo i monitoraggi della Regione Lazio e dell’ISPRA in questa zona c’è un arretramento medio annuo: 2-4 metri/anno nelle zone più critiche, una perdita di arenile stimata in 25mila metri cubi per metro lineare di costa all’anno e un’accelerazione del fenomeno stimata attraverso incremento del 30-40% negli ultimi 15 anni. Non è solo una questione ambientale. È una questione sociale ed economica alla luce anche delle nuove gare per le concessioni balneari: che tratti di litorale si possono mettere a bando se la spiaggia scompare?

Per il territorio significa interrogarsi su quale modello di difesa scegliere: interventi rigidi e immediati o soluzioni che tengano conto dell’equilibrio complessivo della costa. Oggi il dibattito si concentra su un nuovo progetto di scogliere frangiflutti. Ma prima ancora di discutere come proteggere la costa, occorre comprendere cosa è accaduto in questi anni di sabbia perduta e quali potrebbero essere le conseguenze – ambientali ed economiche – delle scelte che verranno fatte.

Per chi lavora sul litorale, l’erosione non è un concetto tecnico: è un rischio quotidiano. Ogni stagione balneare si apre con un’incognita in più.  La perdita di arenile significa meno spazio per i servizi, meno sicurezza per clienti e lavoratori, maggiori costi di manutenzione e di adattamento. In alcuni casi si teme il crollo delle strutture alla prossima mareggiata.

Per molte imprese familiari il margine economico si è già assottigliato quanto la spiaggia su cui operano. Dai dialoghi intercorsi con alcuni operatori balneari emerge che la perdita di superficie operativa per le strutture è del 20-40% della superficie utilizzabile in 10 anni. Ogni anno gli operatori sostengono dei costi di ripristino annuali che vanno dai 5.000 ai 15.000 euro per stabilimento medio senza contare gli investimenti in emergenza in caso di un lido completamente distrutto da una mareggiata importante, come è stato per il lido, che possono arrivare a somme di 20.000-50.000 euro.

Le perdite di fatturato sono ingenti:  -25% di ombrelloni e sdraio mediamente, una diminuzione del 15-30% delle presenze turistiche e anche la riduzione di almeno due settimane  operative e fino a quattro. A questo si aggiunge l’incertezza: senza una strategia chiara e condivisa, programmare investimenti diventa difficile. Difendere la costa non è solo una questione paesaggistica, ma di tenuta occupazionale e di economia locale.

La costa di Latina si trova oggi davanti a un bivio. Da una parte la necessità urgente di tutelare attività economiche messe in difficoltà da anni di arretramento della linea di riva. Dall’altra la responsabilità di non compromettere un ecosistema che rappresenta un patrimonio ambientale unico.

L’erosione ha già ridisegnato il presente. La domanda ora è quale futuro si voglia costruire: un sistema di difesa rigido e localizzato o una strategia più ampia, capace di integrare protezione, ripascimento e salvaguardia ambientale. Il mare continuerà a muoversi. La differenza la faranno le scelte di oggi.

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