Costi in salita, infrastrutture fragili, barriere all’ingresso e logistica che si concentra: ecco come Latina sta perdendo a poco a poco il valore di spostare le sue stesse merci
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Latina è una provincia che vive di merci. Niente di nuovo, lo dicono tutti, da anni: è la sua indole. Farmaceutica, agroalimentare, trasformazione, logistica: da sempre il territorio vende i suoi prodotti e le sue produzioni in tutto il mondo. Eppure, mentre l’export resta la linfa del territorio, chi quelle merci le sposta su gomma non se la passa benissimo. I numeri dicono che in dieci anni la provincia ha perso 90 imprese di autotrasporto: dalle 781 del 2015 alle 683 del 2025 (-12,5%). Una perdita lenta, ma netta.
Il punto non è se ci siano più o meno camion su strada. Il punto è la domanda che quel dato suggerisce: com’è che in una provincia che si regge sull’export, dove anche lo scorso anno è stato registrato un aumento di vendite all’estero del 6% (per 5,1 miliardi di euro) gli autotrasportatori invece spariscono?
Perché se le merci partono comunque, allora qualcuno le sta portando fuori c’è. Solo che, sempre più spesso, potrebbe non essere “gente del posto”. E non è una questione romantica, di puro campanilismo: è un tema di valore che resta qui oppure no.
E allora: perché ci sono sempre meno aziende di settore a Latina? Una prima risposta è brutale, ma semplice: fare autotrasporto costa. E costa sempre di più. La CGIA parla di costi fissi in crescita – 2.000 euro in più solo di carburante (+3,6%), pedaggi in aumento dell’1,5% – e di un settore che fatica a respirare, soprattutto quando si è piccoli e più esposti agli shock. E a Latina, di “piccoli”, ce ne sono tanti: micro-imprese con uno o due mezzi, titolari che reggono finché possono.
La seconda risposta è ancora più scomoda: manca il capitale umano. Gli autisti non si trovano, e non è un problema da bar: è una difficoltà strutturale che viene monitorata anche a livello internazionale. In tal senso, pesano il progressivo invecchiamento della forza lavoro, una scarsa presenza femminile (meno del 6% degli autisti è donna) e barriere all’ingresso per nuovi lavoratori (costi elevati per conseguire patenti professionali, burocrazia complessa per i percorsi di formazione, scarsa promozione del mestiere).
La terza risposta è quella più scontata: le infrastrutture pontine sono poche e inadeguate. Pochi giorni fa si è insediata la neo presidente di Unindustria Latina, Tiziana Vona che, come tutti i suoi predecessori, nel suo primo discorso da vertice dell’associazione ha parlato dell’autostrada Roma Latina come una priorità: l’assenza della rete stradale rappresenta un danno economico per le imprese non solo pontine, ma di tutto il Lazio. È un discorso che prima di lei hanno fatto Fausto Bianchi, Pierpaolo Pontecorvo e così via: ma dell’autostrada non c’è ancora traccia, se non nei progetti.
Alla 148 si aggiungono la Monti Lepini e le Migliare: sono strade nate per un altro mondo, non per un’economia che deve circolare fluida. Se l’80% delle merci viaggia su gomma e le infrastrutture sono fragili, il costo non è più soltanto teorico. È carburante sprecato in coda. È tempo perso. È affidabilità che cala.
Poi ci sarebbe una quarta risposta, che spesso sfugge al ragionamento: la logistica non sta “morendo”. Sta cambiando forma. La parte organizzata, industriale, tende a concentrarsi. Arriva la contract logistic: crescono gli operatori strutturati, le piattaforme, i contratti lunghi, i servizi integrati. È un mercato che premia chi fa volume e chi può investire in tecnologia, tracciamento, flotta, compliance. Non è più soltanto “guidare un camion”: è stare dentro un sistema.
E intanto, mentre il numero di imprese di trasporto cala, il territorio viene disegnato come “zona logistica” sulla carta. Le ZLS, i corridoi, le aree semplificate: il messaggio istituzionale è che il basso Lazio deve contare come piattaforma.
Anche perché Latina non è soltanto “una provincia che esporta”. È una provincia che regge l’export del Lazio. Nel report Osserfare della Camera di Commercio Frosinone – Latina si legge che le due province insieme rappresentano il 53% dell’export regionale. Più della metà. Tradotto: se qui la logistica scricchiola, non è un problema di categoria. È un problema di sistema, perché una fetta enorme delle merci laziali passa da questo asse. E quando gli autotrasportatori locali diminuiscono, la domanda diventa ancora più concreta: chi sta trasportando fuori quel 53%? E a che prezzo per le imprese pontine?
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