In provincia solo 1 bambino su 4 riesce a iscriversi, per questo le aziende più illuminate si attivano per trasformare un disagio che incide sulla competitività del territorio in una opportunità per tutti
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Negli ultimi anni i posti negli asili nido in Italia sono aumentati, anche grazie ai fondi del PNRR. Il tema è entrato stabilmente nell’agenda pubblica: più strutture, più copertura territoriale, più investimenti. Ma l’incremento non è uniforme e non copre ancora la domanda reale delle famiglie. Il risultato è che, nonostante la crescita, l’offerta resta lontana dagli obiettivi europei e, soprattutto, molto disomogenea tra territori.
Guardando ai dati della provincia di Latina, la fotografia è chiara: i posti disponibili nei nidi coprono il 25,6% dei bambini residenti nella fascia 0-2 anni. Significa che tre bambini su quattro restano fuori dal servizio pubblico o convenzionato.
Solo il 51,1% dei comuni offre un servizio. E la distribuzione è fortemente disomogenea: in alcuni centri del sud pontino la copertura supera il 40%, mentre in diversi comuni interni è pari a zero.
Elaborazione Openpolis – Con I Bambini su dati Istat – 1 gennaio 2022
Quando manca il nido, qualcuno smette di lavorare. Le analisi nazionali mostrano con chiarezza che l’offerta di servizi per l’infanzia è direttamente collegata al tasso di occupazione femminile. Dove ci sono più posti nei nidi, lavorano più donne. Dove i servizi sono carenti, il lavoro femminile si riduce.
In una provincia dove l’età media dei lavoratori sfiora i 42 anni e il ricambio generazionale è già fragile, questo diventa un moltiplicatore di squilibri: meno servizi significa meno lavoro femminile, meno reddito familiare, meno nascite e, nel medio periodo, meno lavoratori.
Il nodo naturalmente non è soltanto sociale, è anche economico. Se i servizi per l’infanzia non sono disponibili o sono insufficienti, le imprese si trovano con lavoratori che chiedono part-time forzati, congedi prolungati o soluzioni temporanee difficili da gestire.
Ma cosa stanno facendo le imprese? Negli ultimi anni si è tornati a parlare di asili nido aziendali e di reti di nidi diffusi, con protocolli tra governo e soggetti privati per favorire investimenti in servizi legati al lavoro.
In teoria i servizi per l’infanzia dovrebbero essere una responsabilità pubblica: perché riguardano accesso al lavoro, natalità, equità sociale. Nella pratica, però, quando l’offerta resta insufficiente, alcune imprese provano a ridurre l’impatto sulla vita (e sul lavoro) delle famiglie con strumenti di welfare aziendale. Alcune grandi imprese italiane hanno già investito in strutture interne o convenzioni territoriali, trasformando il nido in una vera e propria leva strategica di retention, non in un benefit marginale.
A Latina, per esempio, BSP Pharmaceuticals ha messo in campo due misure concrete. A raccontarle a Econovie è Giorgio Ciacciarelli, Human Resources Director di BSP: la prima è un contributo uguale per tutti, indipendente dall’ISEE: 400 euro al mese per ogni figlio tra 0 e 14 anni durante il periodo di chiusura scolastica da giugno a settembre, utile per coprire rette di nidi estivi, centri estivi o colonie; la seconda è una misura più specifica, legata a fasce ISEE: 1.800 euro l’anno per figlio (nel periodo settembre–maggio) per sostenere le famiglie che hanno più difficoltà nel sostenere i costi di nidi privati o altre strutture educative.
Quello della BSP è un esempio interessante perché mostra due cose insieme: da un lato, che quando i servizi mancano, il costo non sparisce ma si sposta sulle famiglie più fragili o senza reti sociali di protezione; dall’altro, il modo in alcune imprese del territorio affrontano il tema della genitorialità dei propri collaboratori e delle proprie collaboratrici. Ovvero come una straordinaria opportunità organizzativa in termini di engagement della forza lavoro e di tenuta dei livelli produttivi dell’azienda.
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