Lo studio elaborato dai progettisti Femia, Romagnoli e Ranieri prevede un investimento da settanta milioni, ma sono i 30 anni di continuità politica richiesti per realizzarlo a generare intorno al progetto parecchio scetticismo
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Settanta milioni di euro. È questa la cifra stimata per realizzare integralmente il masterplan del centro storico di Latina, elaborato dall’architetto Alfonso Femia insieme a Francesco Romagnoli ed Emilio Ranieri su indirizzo dell’assessorato all’urbanistica del Comune di Latina.
Un numero sulla carta alla portata della seconda città del Lazio, ma che, da solo, impone una domanda: si tratta di un investimento capace di produrre ritorni economici e sociali nel medio-lungo periodo o dell’ennesimo studio destinato a rimanere nei cassetti del Comune, come accaduto troppe volte negli ultimi decenni?
La posta in gioco, infatti, non è solo urbanistica. È prima di tutto economica, è politica e identitaria. Per questo il dato economico va letto nella sua interezza. Non si tratta di una spesa immediata, ma di un investimento distribuito su un orizzonte temporale di 20-30 anni. Femia, in un’intervista ad Art Tribune, parla esplicitamente di una “visione aperta” e di una “cassetta degli attrezzi” lasciata all’amministrazione. Il progetto non è pensato come piano rigido, ma come struttura evolutiva.
Tradotto in termini finanziari: niente maxi-appalto iniziale, ma una sequenza di interventi progressivi, attivabili attraverso fondi europei, risorse PNRR residue, partenariati pubblico-privati, programmi di rigenerazione urbana e investimenti settoriali (mobilità, verde, patrimonio).
Ma come sono divise le somme? L’importo complessivo dei possibili investimenti è 65-70 milioni di euro a cui aggiungere le spese dei concorsi di progettazione da 700mila euro.
Queste somme prevedono una stima di un milione di euro per il concorso di progettazione relativi alla ristrutturazione dell’ex mercato annonario, del concorso per Piazza San Benedetto e per l’asse 3 che comprende la riqualificazione urbana di Piazza del Popolo, piazza della Libertà e piazza Falcone e Borsellino. Per la parte dei parcheggi e dei nodi di scambio previsti 9 milioni di euro. Previsti poi dieci milioni di euro per la mobilità lenta, altri dieci milioni e 500mila euro per la riqualificazione degli assi principali della città tra verde, decoro e pavimentazione e infine 40milioni di euro per progetti di finanza con accordi pubblico-privato nei quali figurano la ristrutturazione del mercato Annonario, la realizzazione di piazza San Benedetto e i parcheggi Peppino Impastato, quello interrato/sopraelevato S.D’Amico e quello parzialmente interrato di via Neghelli.
Spalmati su tre decenni, 70 milioni significano poco più di 2 milioni l’anno. Per un capoluogo di provincia, non è una cifra fuori scala. La vera questione è un’altra: Latina ha la capacità amministrativa, tecnica e politica di sostenere una strategia di lungo periodo?
Il cuore della proposta ruota attorno a un concetto identitario forte: Latina come città dell’acqua. Fondata sulla bonifica, oggi potrebbe fare dell’acqua e della permeabilità urbana un’infrastruttura ecologica primaria. I quattro assi strategici – spazio pubblico, natura, mobilità, patrimonio edilizio – si articolano in cinque azioni chiave:
- Liberare gli spazi da superfetazioni e barriere;
- Orientare attraverso il recupero degli assi ordinatori;
- Riaprire luoghi dismessi come l’ex Mercato annonario;
- Innestare nuove funzioni pubbliche e collettive;
- Creare una rete verde strutturale.
L’idea è trasformare il centro storico (quartiere R0) in un sistema aperto e permeabile, superando la centralità dell’automobile e ricucendo materia e natura. Ma qui emerge il primo nodo economico: la rigenerazione urbana produce valore solo se genera nuova attrattività. Senza nuove funzioni – universitarie, culturali, terziarie, legate al farmaceutico – il rischio è riqualificare spazi senza attivarli.
E le prime osservazioni mosse nei confronti del piano qualche scetticismo lo hanno in effetti sollevato. La Consulta delle Professioni Tecniche, ad esempio, riconosce al progetto una correttezza metodologica e una solidità strategica. Ma pone condizioni precise.
Ad esempio fa notare che il masterplan non ha natura attuativa né valore giuridicamente vincolante senza l’approvazione in Consiglio comunale, un Piano Particolareggiato Esecutivo, varianti al PRG, un coordinamento con altri piani come quello della mobilità sostenibile (PUMS), quello delle barriere architettoniche (PEBA) e il Piano del Commercio e infine una cabina di regia intersettoriale stabile. Il rischio è l’inefficacia e il giudizio è netto: la visione c’è, ora servono atti concreti.
Dal punto di vista economico questo è il passaggio decisivo. I mercati, gli investitori e i partner privati non reagiscono alle intenzioni, ma alla certezza normativa. Senza strumenti attuativi, nessun capitale si muove. E il rischio che anche questo masterlplan finisca nel limbo delle entità indistinte, nel libro del sogni in costante aggiornamento, diventa sempre più elevato.
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