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27 Agosto, 2026
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Sotto il mare c’è un’industria da 3,5 miliardi, ma Latina resta in superficie

Uno studio pontino svela l’enorme valore dell’economia legata alla dimensione subacquea italiana e il ruolo del Lazio in termini di addetti impiegati, da noi però sembra interessare solo quello che si può fare fuori dall’acqua

Sotto il mare c’è un’industria da 3,5 miliardi, ma Latina resta in superficie

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La provincia di Latina è al tredicesimo posto in Italia per numero di imprese legate al mare. Ne conta 4.479, capaci di produrre quasi 729 milioni di euro di valore aggiunto. Quasi sette su dieci, però, lavorano nel turismo. Vendono camere, pasti, escursioni, giornate in spiaggia e servizi ricreativi. È la parte più visibile dell’economia del mare pontina. 

Intanto, sotto la superficie, sta crescendo un’industria completamente diversa: robot che ispezionano i fondali, sensori che controllano le infrastrutture, sistemi per comunicare sott’acqua, aziende che posano cavi, riparano condotte o sorvegliano porti e impianti energetici. Il valore stimato dei prodotti specificamente legati alla dimensione subacquea italiana è passato da 1,1 miliardi di euro nel 2013 a 3,5 miliardi nel 2022. Una crescita del 216% in meno di dieci anni. 

La cosa curiosa è che il primo rapporto nazionale chiamato a misurare questo settore è nato proprio in provincia: è stato realizzato da OsserMare-Informare, azienda speciale della Camera di Commercio Frosinone Latina, con il Centro Studi Tagliacarne, il Polo nazionale della dimensione subacquea, Unioncamere e Assonautica. Latina, insomma, contribuisce a raccontare una nuova e fiorente industria nazionale, ma non sembra affatto intenzionata a parteciparvi.

La presentazione del rapporto OsserMare, con il ministro Nello Musumeci

La vocazione marittima della provincia non è in discussione. Ma è anche vero che del mare, la provincia sfrutta quasi solo la superficie. Nel 2024 – dati OsserMare alla mano – il sistema del mare rappresentava il 7,9% delle imprese pontine, quasi il doppio della media italiana del 4%. Ma delle 4.479 aziende censite, 3.117 appartenevano al turismo, tra alloggio, ristorazione e attività ricreative.

Anche il valore prodotto segue la stessa geografia. Dei 728,6 milioni generati dall’economia blu pontina, 348 milioni arrivano da alloggio e ristorazione, 159 milioni dalla movimentazione di merci e passeggeri, 78,7 milioni dalle attività sportive e ricreative e 75,9 milioni dalla cantieristica.

Non significa che il turismo sia un problema. Significa che l’economia del mare locale dipende ancora in larga parte da ciò che avviene sopra l’acqua e lungo la costa. L’underwater apre una prospettiva differente. Non vende necessariamente il mare a chi viene in vacanza. Vende tecnologie e servizi a chi deve lavorarci tutto l’anno.

Il primo Rapporto nazionale ha censito 189 imprese in Italia riconducibili alla dimensione subacquea. Nel complesso occupano 63.458 persone e generano 30,5 miliardi di euro di fatturato e 7,3 miliardi di valore aggiunto. Questi ultimi numeri comprendono anche le attività non strettamente underwater delle aziende considerate: il perimetro specifico dei prodotti subacquei è quello stimato in 3,5 miliardi.

Il dato più interessante, però, è territoriale. Nel Lazio sono state individuate 29 imprese (il rapporto non specifica quante delle 29 aziende laziali abbiano sede in provincia di Latina), meno delle 45 lombarde ma sufficienti a fare della regione il primo polo economico nazionale: qui si concentra il 55% degli addetti, il 43,3% del fatturato e il 55,2% del valore aggiunto delle aziende censite.

Una sproporzione legata soprattutto alla presenza di grandi gruppi nazionali nella Capitale. Tutto ciò, se da una parte non consente ancora di dire che esista un distretto underwater pontino, dall’altra ci dice qualcosa di importante: il territorio si trova accanto al principale polo italiano di un settore in forte espansione. È vero: la vicinanza geografica, da sola, non crea una filiera, ma può rendere più semplice entrarvi, a condizione di possedere competenze, certificazioni e capacità produttive adatte a lavorare con le grandi aziende. Soprattutto se si ha la risorsa principale: il mare. Restare fuori dalla partita non è un fattore considerabile.

La base industriale più vicina all’underwater è la nautica. Nel Lazio operano 541 imprese nel nucleo della cantieristica, della costruzione, della riparazione, della manutenzione e del refitting. La provincia di Latina ne ospita 175, oltre il 32% del totale regionale. Roma e Latina, insieme, concentrano più del 96% di questo tessuto produttivo.

C’è poi il porto commerciale di Gaeta, che nel 2025 ha movimentato 1,786 milioni di tonnellate di merci e che nei primi tre mesi del 2026 ha registrato un’ulteriore crescita del 4,2%. Non è soltanto un luogo turistico, ma un’infrastruttura industriale e logistica inserita nel sistema portuale laziale.

Anche sul fronte della formazione qualcosa si sta muovendo. L’ITS Academy Caboto di Gaeta organizza, insieme a RINA, l’unico percorso italiano di questo tipo dedicato al Marine Surveyor, l’ispettore tecnico che verifica navi, impianti e strutture marittime. La prima edizione si è conclusa e l’Academy sta preparando la terza.

Sono tasselli ancora separati. Ma messi insieme raccontano un territorio con imprese nautiche, competenze tecniche, formazione specialistica e una vera infrastruttura portuale.

Il Porto di Gaeta

Quando si parla di industria subacquea si rischia di pensare soltanto a sottomarini militari e grandi cantieri. In realtà la filiera è molto più larga. Dentro ci sono sistemi di comunicazione, modem, telecamere, sonar, sensori ambientali, droni telecomandati o autonomi, software per analizzare i dati, lavorazioni meccaniche, valvole, cavi, componenti elettronici, attività di ispezione, manutenzione e riparazione.

Lo dimostra anche la recente strategia di Fincantieri. Nel luglio 2026 il gruppo ha annunciato un investimento iniziale di circa 600 milioni di euro per acquisire Next Geosolutions, WSense, Graal Tech e Defcomm: aziende attive nelle indagini dei fondali, nelle comunicazioni wireless subacquee e nei droni autonomi di superficie e profondità.

È significativo il caso di WSense, nata come spin-off della Sapienza e specializzata nella trasmissione di dati tra sensori e dispositivi sommersi. Dimostra che si può entrare nella subacquea anche partendo dall’università, dal software e dalle telecomunicazioni, non necessariamente da un grande cantiere navale.

Per un’impresa pontina, quindi, l’occasione non consiste necessariamente nel produrre un mezzo completo. Può significare diventare fornitore di un componente, installare un sensore, sviluppare un programma, eseguire una saldatura specializzata, effettuare una perizia o intervenire sulla manutenzione di una struttura immersa. È filiera

Sotto il mare non passano soltanto tubi e condotte. Passa quasi tutta la nostra vita digitale. Secondo la Commissione europea, i cavi sottomarini trasportano il 99% del traffico internet intercontinentale. Per proteggerli e renderli più facilmente riparabili, Bruxelles ha previsto 347 milioni di euro di investimenti tra il 2026 e il 2027, compresa una misura specifica per rafforzare le capacità di intervento nei porti e nei cantieri europei.

È uno dei motivi per cui l’industria underwater non può essere ridotta a una moda passeggera. L’aumento delle infrastrutture digitali, degli impianti energetici offshore e dei sistemi di monitoraggio crea una domanda crescente di mezzi, manutenzione, sicurezza e raccolta dei dati.

Fincantieri stima per il mercato di riferimento un valore cumulato di 155 miliardi di euro tra il 2026 e il 2030, con una crescita media annua del 30% per la componente non convenzionale fatta di sensori, robot, comunicazioni e servizi. È una previsione aziendale, quindi non una certezza, ma spiega perché uno dei maggiori gruppi industriali italiani abbia deciso di investire centinaia di milioni nel settore.

Il rapporto nazionale mostra anche il principale ostacolo. Le venti aziende più grandi concentrano il 91,7% del fatturato, mentre le 133 micro e piccole imprese, pur rappresentando il 70% del campione, producono meno del 2% dei ricavi.

La nuova economia subacquea, dunque, è aperta alle piccole imprese, ma il suo valore rimane ancora nelle mani di pochi grandi gruppi. Per Latina la vera sfida non è convincere ogni cantiere nautico a diventare un’azienda tecnologica. È costruire collegamenti tra le imprese pontine e chi già riceve le grandi commesse nazionali ed europee.

Servono aggregazioni, certificazioni, investimenti nella ricerca, rapporti con università e centri tecnologici. Soprattutto, serve sapere che quella filiera esiste e capire quali lavorazioni sta cercando. La provincia possiede già il mare, un porto commerciale, un sistema nautico e percorsi di formazione specializzata.

Ciò che ancora non possiede – almeno non in forma riconoscibile – è un distretto capace di collegare questi elementi all’industria subacquea. Il primo rapporto nazionale è nato proprio grazie a un organismo della Camera di Commercio Frosinone Latina. Ora la domanda è se il territorio pontino voglia limitarsi a studiare ciò che sta accadendo sotto il mare o provare a costruirci sopra la sua prossima filiera industriale.

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