I prestiti alle aziende con meno di 20 addetti sono scesi del 5,4%.
Più credito alle imprese più grandi, i piccoli investono e chiedono meno
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Le banche hanno ricominciato a prestare denaro alle imprese. Il problema è capire a quali imprese.
Tra marzo 2025 e marzo 2026, il credito destinato alle attività produttive italiane è cresciuto di 9,8 miliardi di euro. Una buona notizia, almeno in apparenza. Nello stesso periodo, infatti, le aziende con almeno venti addetti hanno ricevuto 14,5 miliardi in più, mentre quelle più piccole ne hanno persi 4,7. Il credito, quindi, non è semplicemente tornato. Ha cambiato indirizzo.
A Latina sono spariti 46,1 milioni, per le piccole imprese ovviamente. In provincia i finanziamenti alle attività con meno di venti addetti sono passati da 845,9 a 799,8 milioni di euro. In dodici mesi il calo è stato pari al 5,4%. Il dato emerge dall’ultima analisi della CGIA di Mestre, costruita sulle statistiche della Banca d’Italia. E diventa più interessante quando viene confrontato con ciò che accade altrove. La riduzione media italiana è stata del 4,8%. Nel Lazio si è fermata al 2,9%, mentre nell’Italia centrale ha raggiunto il 5,8%. Latina, dunque, fa peggio sia del dato nazionale sia di quello regionale, pur restando poco al di sotto della media del Centro Italia.
Non siamo però davanti a un’anomalia esclusivamente pontina: soltanto Cremona ha registrato un aumento dei prestiti alle piccole imprese. Le contrazioni più pesanti si trovano ad Aosta, Como e Imperia, tutte oltre il 10%. Latina occupa la quarantasettesima posizione per intensità del calo, insieme a Venezia, Trento e Barletta-Andria-Trani. È un fenomeno nazionale. Ma qui assume un peso particolare perché gran parte dell’economia quotidiana è costituita proprio da imprese di piccola dimensione: negozi, artigiani, aziende agricole, strutture turistiche, officine, professionisti e fornitori delle industrie maggiori.
La questione non nasce nel 2026. Infatti, tra il 2014 e il 2025, i prestiti bancari alle piccole imprese italiane sono diminuiti di circa il 40%: settantacinque miliardi di euro in meno in poco più di un decennio. Si stima in oltre un terzo la riduzione del credito alle microimprese dal 2011 al 2024, nonostante queste attività contribuiscano per circa il 30% al prodotto interno lordo.
Anche Unimpresa descrive una separazione sempre più netta. A marzo 2026 i prestiti alle piccole imprese risultavano in calo del 4,3% per il terzo anno consecutivo. Quelli alle aziende medio-grandi, invece, crescevano del 2,2%. Due anni prima le due categorie si muovevano quasi allo stesso modo. Oggi tra loro si è aperto un divario superiore a sei punti percentuali.
Questo rende difficile spiegare tutto con una fase negativa dell’economia. Se fosse soltanto una crisi generale, il credito diminuirebbe per tutti. Invece aumenta per chi è più strutturato e continua a ridursi per chi ha pochi dipendenti.
Perché prestare poco può convenire poco? La spiegazione più immediata sarebbe accusare le banche di avere chiuso i rubinetti. La realtà è meno semplice. Nel Lazio, un finanziamento da 20 mila euro può richiedere quasi la stessa attività di valutazione di uno da 200 mila, ma produce per la banca ricavi molto inferiori.
I costi dell’istruttoria, dei controlli e del monitoraggio, infatti, non diminuiscono nella stessa proporzione dell’importo concesso. Per questo molti piccoli finanziamenti possono risultare meno convenienti delle operazioni di dimensioni maggiori, anche quando a richiederli sono aziende solvibili e con progetti validi.
A rendere più complicata la valutazione intervengono poi altri elementi frequenti nelle imprese minori: garanzie limitate, una storia creditizia più breve e informazioni contabili meno strutturate. Non significa che una piccola azienda sia necessariamente più fragile, ma che per la banca può essere più difficile valutarla con gli strumenti standardizzati.
Poi c’è il paradosso. Proprio mentre il credito ordinario si allontana dalle imprese minori, la Regione Lazio ha attivato il Nuovo Fondo Piccolo Credito, con una dotazione superiore a 51 milioni di euro. Lo strumento offre finanziamenti a tasso zero fino a 50 mila euro alle micro, piccole e medie aziende già operative che incontrano difficoltà nell’accesso al sistema bancario. È una risposta utile, ma racconta anche il problema.
Serve un fondo pubblico dedicato ai piccoli fabbisogni perché quelle stesse operazioni risultano sempre meno interessanti per il mercato tradizionale. Cinquantamila euro possono sembrare pochi guardando ai grandi investimenti industriali. Per una piccola attività, invece, possono significare un nuovo macchinario, un impianto fotovoltaico, un software gestionale, l’anticipo necessario per partecipare a una commessa o la liquidità con cui aspettare il pagamento di un cliente.
Insomma, a Latina non sono scomparsi 46 milioni dalle casse delle imprese. È diminuita di quella cifra la consistenza dei finanziamenti bancari regolari ancora in circolazione presso le aziende con meno di venti addetti. La distinzione tecnica è importante. Quella economica lo è ancora di più. Il credito continua a esistere, ma tende a premiare chi possiede dimensioni, bilanci e strutture capaci di rendere il rischio facilmente misurabile. Chi è piccolo deve pagare di più, presentare maggiori garanzie o cercare strumenti alternativi.
Il rischio è che si crei un circuito difficile da interrompere: le imprese strutturate ricevono denaro, investono e diventano ancora più finanziabili. Le altre rinviano, restano piccole e vengono considerate sempre più rischiose. Il credito è tornato. Ma per una parte importante dell’economia pontina continua a essere sempre più lontano.
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