E il motivo è semplice: la «Aldo Manuzio» è chiusa dal giugno 2019. Non proprio il segnale che cerca chi vorrebbe investire intorno alla cultura in una città che si professa “universitaria”
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In un Paese che custodisce gran parte del patrimonio culturale mondiale, è ancora lecito considerare la cultura come un bene secondario? O peggio, come un costo da contenere invece che un asset strategico per la propria economia? Le città che smettono di investire nei propri luoghi simbolo della conoscenza, come biblioteche e archivi, rinunciano silenziosamente alla propria crescita, alla coesione sociale, alla capacità di attrarre talenti e opportunità.
In questa prospettiva, il caso della biblioteca comunale “Aldo Manuzio” di Latina, città universitaria, diventa emblematico di un approccio miope, dove la cultura resta prigioniera di cantieri infiniti, burocrazia e assenza di progettualità di lungo termine.
La Manuzio è chiusa dal giugno 2019 per lavori di ristrutturazione e adeguamento degli spazi culturali, ricreativi e di sicurezza. Solo nel 2023, sotto la gestione del commissario straordinario Valente, ha riaperto parzialmente alcune sezioni: sala ragazzi, spazi studio e prestito per adulti. Ma il cuore della biblioteca – la sala centrale e i suoi oltre 60mila volumi – resta ancora oggi inaccessibile, bloccata da un progetto di adeguamento antincendio che ha subito modifiche in corso d’opera.
Un cantiere che sembra infinito, con 400.000 euro di fondi comunali stanziati per interventi di messa a norma, ma senza certezze su tempi reali di completamento. Un progetto ripartito, interrotto e modificato più volte, tra rimpalli tra dirigenti e progettisti. E mentre il Comune ha dato il via libera all’aggiudicazione dei lavori per l’adeguamento alle norme antincendio nell’ambito del “secondo stralcio funzionale” dell’intervento, resta il dubbio: quale visione culturale c’è dietro questa struttura? La risposta, al momento, è tutt’altro che chiara.
Il problema, se mai ve lo steste chiedendo, è che una biblioteca chiusa non è solo uno spazio inutilizzato, è soprattutto una perdita sociale profonda. Significa meno opportunità di accesso gratuito alla cultura, meno luoghi di socializzazione per giovani e studenti, meno occasioni di crescita intellettuale e civica. In un contesto urbano come quello di Latina, la biblioteca era – ed è – un presidio di cittadinanza attiva. Lasciarla a metà significa trascurare un intero segmento di welfare culturale.
Ma la chiusura prolungata, ovviamente, ha un impatto anche sui conti. Non solo per i 400.000 euro spesi senza ritorno immediato, ma anche per la perdita di valore dell’indotto culturale: turismo, eventi, mobilità studentesca, valorizzazione del patrimonio editoriale e documentale. Le biblioteche generano un valore economico indiretto spesso ignorato, ma determinante per la vivacità urbana. Secondo le stime, una città come Latina (126.000 abitanti) investe mediamente oltre 25 milioni l’anno nella gestione dei servizi culturali e ambientali. Quando uno dei centri nevralgici resta chiuso per sei anni, i costi non sono solo quelli sul bilancio, ma anche quelli invisibili: abbandono, disaffezione, degrado urbano.
Latina, con la Manuzio ancora a mezzo servizio, riflette tuttavia una difficoltà sistemica: quella di trattare la cultura come asset strategico, e non come un extra. Il caso della biblioteca comunale dimostra che non investire in cultura ha un costo, e non solo economico.
È un costo in termini di ritardo educativo, di impoverimento sociale, di diminuzione dell’attrattività territoriale. La cultura, quando manca, si fa sentire: nel silenzio delle sale chiuse, nei giovani che cercano altrove spazi migliori, nell’identità di una città che rischia di perdere se stessa.
Per Latina, riaprire la biblioteca Manuzio significa molto di più che concludere un cantiere: significa rimettere la cultura al centro dello sviluppo urbano.
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