Non è chiaramente il prezzo, ma quello che ha a che fare con i motivi per cui a questi borghi – che non sono né remoti né “fantasma” – sempre più persone preferiscono città forse perfino meno interessanti
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C’è qualcosa di paradossale nel fatto che nel 2026 una casa possa costare meno di una bicicletta. Eppure è esattamente quello che succede a Norma, dove l’amministrazione comunale ha annunciato l’avvio del progetto delle case a un euro per provare a riportare abitanti nel centro storico.
La formula è ormai nota e negli ultimi anni è stata adottata da decine di piccoli comuni italiani. Gli immobili vengono ceduti simbolicamente a un euro, ma chi acquista si impegna a ristrutturarli entro tempi stabiliti, sostenendo costi e obblighi ben più consistenti del prezzo d’acquisto. Infatti, il vero investimento non è la compravendita ma il recupero dell’immobile, che può richiedere decine di migliaia di euro tra lavori, pratiche e garanzie.
Per questo motivo il punto non è tanto chi comprerà quelle case. La domanda interessante è un’altra. Perché quelle case oggi valgono un euro?
Negli ultimi tempi abbiamo raccontato il fenomeno dello spopolamento che interessa molti comuni interni della provincia di Latina, in particolare quelli dell’area lepina.
Norma è uno dei casi più emblematici. Non perché sia un paese in crisi. Anzi. Il borgo continua a rappresentare una delle realtà più attrattive dal punto di vista paesaggistico e culturale dell’intero territorio pontino. Ma, come molti altri centri dell’entroterra, vive una dinamica ormai consolidata: le persone restano residenti, ma gran parte della loro vita economica si svolge altrove.
Lo raccontano anche i dati sul pendolarismo. Oltre il 71% dei residenti di Norma lavora fuori dal comune. Significa che ogni mattina migliaia di persone scendono verso la pianura pontina, Latina, Aprilia o Roma per lavorare, tornando solo a fine giornata. Si vive a Norma. Ma spesso si lavora altrove.
È qui che le case a un euro smettono di essere una semplice iniziativa immobiliare e diventano uno strumento di politica territoriale.
Perché il problema dei piccoli borghi non è quasi mai il patrimonio edilizio. Le case ci sono già. Il problema sono le persone. O meglio: la capacità di convincere qualcuno a costruire lì il proprio futuro.
Il paradosso è ancora più evidente se si guarda a quello che accade sulla costa: vivere sul litorale pontino sta diventando sempre più costoso per molte famiglie. In diversi comuni il peso di affitti e abitazioni assorbe quote crescenti del reddito disponibile.
Da una parte ci sono quindi territori dove il mercato immobiliare continua a mantenere valori elevati. Dall’altra borghi dove le case non riescono più a trovare acquirenti nemmeno a prezzi simbolici. È uno degli squilibri più interessanti della provincia. Non manca il patrimonio immobiliare. Manca la domanda.
E non è nemmeno soltanto una questione economica. Perché vivere in un piccolo comune spesso costa meno. Gli immobili hanno valori inferiori, la pressione abitativa è minore e molte spese quotidiane risultano più contenute. Ma il costo della vita non è l’unico elemento che determina la scelta di un luogo in cui abitare. Servono lavoro, collegamenti, servizi, scuole, opportunità.
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