I dati sul pendolarismo in terra pontina ci raccontano l’esatta dimensione del fenomeno: in qualche caso fino a 3 professionisti su 4 sono lavoratori “fuori sede”
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C’è un modo semplice per capire come funziona davvero un territorio: guardare dove vanno le persone la mattina.
Non dove risultano residenti, ma dove lavorano davvero. E oggi, grazie ai dati sui flussi di mobilità analizzati dal Sole 24 Ore, questa cosa si vede con chiarezza.
Nel caso della provincia di Latina, però, più che una scoperta è una conferma. Qui il pendolarismo non è un fenomeno. È il modo in cui il territorio funziona.







Se si scende nel dettaglio dei dati comunali, la fotografia diventa ancora più netta.
Ci sono paesi in cui lavorare fuori non è un’opzione, ma la regola. A Roccagorga quasi tre persone su quattro – il 72,83% – escono ogni giorno per lavorare. A Norma siamo al 71,53%, a Maenza al 68,04%, a Bassiano al 63,98%. In tutta la fascia dei Monti Lepini e nei comuni interni il dato è sempre lo stesso: si vive lì, ma si lavora altrove.
È qui che il pendolarismo smette di essere una scelta e diventa una condizione strutturale.
Ed è esattamente il meccanismo dello spopolamento: quando lavoro e servizi si concentrano altrove, le persone iniziano a muoversi. Prima ogni giorno, poi definitivamente.
Nel mezzo, ci sono territori che stanno in equilibrio precario. Comuni come Sezze, Priverno, Minturno o Pontinia hanno quote di pendolari in uscita tra il 40% e il 50%. Non sono completamente dipendenti dall’esterno, ma neanche autosufficienti. Vivono sospesi: una parte lavora lì, una parte si sposta ogni giorno. Sono anche quelli più esposti a qualsiasi problema infrastrutturale. Basta un treno in meno, una strada congestionata, e l’equilibrio si rompe.
Poi ci sono i poli che trattengono più lavoro. Latina, per esempio, ha ancora più della metà dei residenti che lavorano nello stesso comune: il 50,59%. Terracina supera il 55%, Fondi arriva addirittura al 63,92%. Qui il pendolarismo esiste, ma non è dominante. C’è un’economia locale che regge. E infatti sono anche i territori più stabili.
Infine ci sono i casi particolari, quelli che escono completamente da questa logica. Ponza e Ventotene, con oltre il 95% delle persone che lavorano nello stesso comune, non hanno praticamente pendolarismo. Non perché funzionino meglio, ma perché non possono spostarsi. Sono sistemi chiusi.
Messa così, la mappa è semplice: la provincia non è un sistema unico, ma una somma di territori diversi, con funzioni diverse. E la maggior parte di questi territori sta in piedi perché si muove.
Il problema è che i trasporti non hanno seguito questa realtà.
A livello nazionale il Rapporto Pendolaria racconta che nel 2024 i passeggeri dei treni regionali sono tornati sopra i 2,5 milioni al giorno, ma il servizio è ancora sotto i livelli pre-pandemia e non cresce abbastanza da sostenere la domanda.
Quando succede questo, il risultato è sempre lo stesso: le persone tornano all’auto. E infatti lo stesso rapporto sottolinea come ritardi e disservizi spingano verso il mezzo privato, rendendo fragile qualsiasi strategia sulla mobilità sostenibile. Nel caso pontino, significa una cosa molto concreta: la mobilità si scarica su pochi assi, e soprattutto sulla strada.
Qui nasce il vero paradosso. Latina è troppo vicina a Roma per non essere connessa. Ma è troppo poco servita per esserlo davvero.
C’è poi un costo che si vede meno, ma pesa di più. Il tempo. Secondo alcune analisi, oltre i 45 minuti di tragitto quotidiano aumenta il rischio di stress, ansia e depressione. E no, non è un modo di dire: fa male.
Qualcuno potrebbe pensare che il lavoro ibrido possa risolvere il problema. Ma qui il tessuto economico è diverso. Industria, logistica, commercio: lavori che richiedono presenza fisica. E infatti anche gli studi più ottimistici sullo smart working parlano di riduzioni potenziali del pendolarismo in contesti completamente diversi.
Si parla anche di mobilità alternativa, di bici, di città più vivibili. Ma senza infrastrutture resta un’idea. E qui il problema è proprio questo: manca la possibilità concreta di scegliere.
E allora arriviamo al punto che interessa davvero. Il pendolarismo non è solo una questione personale. È un problema economico. Perché un territorio in cui si fatica a muoversi è un territorio meno attrattivo per le imprese. Significa lavoratori più stanchi, meno disponibili, più difficili da trattenere. Significa giovani che, dopo qualche anno di viaggi, smettono di spostarsi e iniziano a trasferirsi.
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