Il capoluogo pontino è 100° su 112 in Italia: c’entrano undici fattori molto diversi tra loro, tra cui l’istruzione media di chi ha in mano le leve decisionali, scarse competenze specifiche in settori chiave, ma anche le assenze e il modo in cui vengono spesi (o non spesi) i soldi pubblici
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Il 100° posto di Latina nella classifica MAQI, che analizza la capacità governativa dei 112 capoluoghi di provincia italiani, non parla soltanto dello stato scalcagnato in cui versa la macchina amministrativa del più importante comune pontino: parla anche del sistema economico che le ruota intorno, dell’impatto sulla vita reale delle persone, e parla soprattutto delle imprese, che il più delle volte sono le prime a percepire gli effetti di un’amministrazione che – a voler essere gentili – fatica a stare al passo con il mondo reale.
Quest’indice – basato su undici indicatori e sviluppato da ISTAT, GSSI e dall’università La Sapienza di Roma – misura infatti la capacità amministrativa reale di un ente: efficienza interna, competenze del personale, qualità della politica locale, gestione delle risorse e altri aspetti ugualmente importanti. Non consegna, quindi, un giudizio politico vero e proprio, piuttosto va letto come un indicatore strutturale delle modalità di governo di un territorio. Anche se spesso le due cose coincidono.
In questa classifica Latina presenta una burocrazia istruita, ma frenata da dinamiche interne che ne limitano la produttività: assenze elevate, ricambio quasi inesistente, un’organizzazione che si muove con lentezza. Sono variabili che, prese singolarmente, sembrano dettagli tecnici. Ma diventano decisive quando incidono su permessi, sulle autorizzazioni, sugli appalti, sulla sveltezza delle procedure.
Il contesto nazionale aiuta a capire meglio il problema del quadro locale: secondo ANAC, i tempi medi di aggiudicazione di una gara pubblica in Italia sono arrivati a 279 giorni, contro gli 84 della Germania. È un dato che non riguarda solo le grandi opere. È il tempo necessario per far partire lavori, servizi, progetti territoriali. E quando l’amministrazione è già in affanno, come nel caso di Latina, ogni rallentamento pesa doppio.
Sul fronte burocratico, il personale comunale è mediamente istruito – 15,08 anni di studio, un dato buono – ma la dotazione è ridotta all’osso: 3,52 dipendenti ogni mille abitanti, pochissimi per un capoluogo con un territorio complesso da gestire. Il problema non è solo la quantità, ma il funzionamento interno: 32,4 giorni di assenza media per dipendente, un numero alto in qualunque confronto nazionale, e un turnover quasi fermo, 0,21, che significa strutture che non si rinnovano e faticano a introdurre competenze nuove.
La politica locale non compensa queste fragilità. Gli amministratori hanno in media 15,25 anni di studio, un livello non elevatissimo per chi deve decidere su urbanistica, investimenti e servizi. La quota di eletti con profili manageriali o tecnici è bassa, 0,28: pochi “white collars”, pochi decisori abituati a gestire processi complessi. L’unico indicatore davvero positivo è il gender balance pari a 0,10: qui Latina si distingue in positivo, segnando una delle migliori parità di genere tra i capoluoghi italiani.
Ma quando gli indicatori hanno un impatto sula vita di cittadini e imprese, Latina esce con le ossa rotte. Ad esempio sulla capacità di spesa. E attenzione, perché se pensate che la capacità di spesa non sia determinante per il tessuto economico complessivo, vuol dire che state vedendo il tema solo da un lato. La capacità di spesa di un ente locale è, infatti, uno dei fattori che più influenzano la crescita. Lo ricorda più o meno ogni dodici mesi la relazione con cui la Banca d’Italia scatta una fotografia dei territori, sottolineando come l’efficienza amministrativa sia una leva fondamentale per gli investimenti pubblici e privati. Ecco, in quest’ottica Latina destina appena il 7% del bilancio agli investimenti e non riesce a utilizzare tutte le risorse disponibili. Mentre a livello nazionale l’Italia, al settembre 2024, era ferma al 29,7%.
Il risultato è che ogni confronto nazionale diventa impietoso per il capoluogo pontino. In cima alla classifica MAQI ci sono realtà come Sondrio, Bologna, Verona, Bergamo. E guardate che non sono i giganti economici del Paese: sono città medie, periferiche rispetto ai grandi centri, ma amministrativamente solide. Sono territori che digitalizzano, che programmano, che spendono bene, che formano il personale, che mantengono tempi certi. E guarda caso sono anche territori dove l’economia locale è più attrattiva per chi vuole investire.
Il vero punto non è la posizione in classifica. È ciò che rappresenta. È un campanello d’allarme per l’intero sistema produttivo. Significa che una pratica edilizia può richiedere mesi, che un investimento può bloccarsi per dettagli amministrativi, che un’opera pubblica può restare sospesa per tempi non prevedibili. Significa che, mentre le imprese cercano di accelerare, il territorio le frena.
Eppure, Latina ha margini enormi per recuperare terreno. Ha competenze interne, ha risorse finanziarie non compromesse, ha un tessuto imprenditoriale molto più vitale della sua PA. Ha soprattutto settori che stanno spingendo: green, cultura, turismo, manifattura avanzata. Per invertire la rotta serve una cosa semplice ma radicale: far funzionare la macchina. Farla correre. Farla diventare un alleato dello sviluppo economico, non un ostacolo.
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