Breve storia triste di un’azienda dismessa che doveva diventare un asset strategico per l’economia del territorio pontino. Restano i sogni, un’area mai pienamente recuperata e un conto finale da 20 milioni di euro
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Doveva essere un volano per l’economia del territorio. Una vetrina e un luogo di incontro del mondo imprenditoriale. Un asset, come si dice. È forse una delle più grandi delusioni oltre che una delle più clamorose occasioni mancate della storia politica del capoluogo pontino. Quindi, dell’intera provincia di Latina.
Dopo la fine delle attività industriali, era il 1994, poco prima dell’arrivo della prima giunta guidata da Paride Martella, il sito dismesso della ex Rossi sud venne acquistato dalla Provincia per circa 6 miliardi di lire. E fu proprio la prima amministrazione di centrodestra della seconda Repubblica, guidata da Martella, allora in quota Udc, a dare il primo impulso al progetto di ristrutturazione. Un progetto proseguito però nel corso degli anni dai suoi successori.
Fino a quando, nel 2013, venne finalmente presentato alla collettività.
Si trattava di una iniziativa oggettivamente importante con un allestimento da fare invidia ai poli fieristici della Capitale che però, in quanto tale, garantiva forse maggiore attrattività in termini infrastrutturali, di collegamenti, di ricettività, di appeal anche rispetto ad espositori ed investitori.
Per carità le potenzialità, almeno sul piano delle idee, c’erano tutte. Ma in un mercato in piena evoluzione, mancava forse anche il sostegno reale del territorio, delle istituzioni e la capacità di immaginare questo spazio come qualcosa che potesse produrre economia, valorizzare quella locale, che potesse insomma diventare una vetrina e un punto di riferimento per il centro Italia.
– Leggi anche: La Provincia vuole 1,5 milioni dal Comune di Latina per i danni alla ex Rossi sud
Dopo qualche tentativo di organizzare fiere ed eventi (non senza qualche controversia legale legata alla gestione delle iniziative) la Provincia, piegata dai problemi della Legge 56 (la cosiddetta Legge Delrio) che ha di fatto depotenziato bilancio, strutture e marginalizzato il ruolo dell’ente togliendole la delega alle attività produttive, ha dovuto limitarsi alla – onerosa – gestione ordinaria e, ultimamente, straordinaria vista la situazione in cui versa la struttura.
A conti fatti si può dire che il costo, nel corso degli anni, oltre alle operazioni di acquisto e di ristrutturazione – che ammontano a circa 20 milioni di euro – continua a lievitare visto che la sola gestione ordinaria ammonta a circa 300mila euro annui. E a questi si sommano i circa 500mila euro annui per uso di utenze in caso di utilizzo a pieno regime per eventi o manifestazioni.
Le prospettive? Quelle continuano a restare misere. O nulle. Un sogno infranto, almeno ad oggi, con una estensione di 184.080 metri quadrati.
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