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27 Agosto, 2026
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Latina non vuole lasciarsi scappare anche il treno della rivoluzione tecnologica

Nel capoluogo pontino istituzioni, università e imprese studiano una triangolazione per inserirsi nella partita dell’AI agevolando l’arrivo di infrastrutture digitali sul territorio e attrarre investimenti miliardari

Latina non vuole lasciarsi scappare anche il treno della rivoluzione tecnologica

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Quanto vale oggi un territorio capace di ospitare dati e di posizionarsi su tecnologie considerate sempre più strategiche? E, soprattutto, quanto costa restarne fuori?

La partita che si sta giocando non è più solo industriale o infrastrutturale: è una sfida di posizionamento strategico. E il territorio pontino, tra Latina e il suo hinterland, sembra averlo capito. Imprese, università e istituzioni stanno muovendo le prime pedine in un dialogo che, se strutturato, può trasformarsi in una leva di sviluppo reale.

Il punto di partenza è chiaro: agganciarsi alle tecnologie che guideranno i prossimi dieci anni – data center, intelligenza artificiale, quantum computing – per attrarre investimenti, competenze e capitale umano. Non una visione astratta, ma una traiettoria già in costruzione.

Un primo segnale è arrivato dall’iniziativa promossa dall’Ordine degli Ingegneri, guidato da Luca Di Franco, che ha messo allo stesso tavolo amministrazione, accademia e mondo produttivo. A fare da cerniera politica è Alessandro Porzi, promotore di due mozioni su data center e TecnoPolo: l’idea è trasformare il Comune in facilitatore per l’insediamento di infrastrutture digitali avanzate, anche attraverso la riconversione di siti dismessi.

Ma il vero salto di qualità è nella convergenza tra ricerca e industria. L’accordo tra il polo pontino della Sapienza (Cersites) e la startup QuantHum Edge apre uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fuori scala per un territorio come questo: nuove tecnologie e quantum AI. L’intesa, coordinata dal professor Fabio Massimo Frattale Mascioli e promossa dal direttore del Cersites Alessandro Corsini, punta a creare un percorso congiunto di ricerca e sviluppo su linee scientifiche di frontiera, mettendo in relazione competenze accademiche e capacità industriali. Parliamo di tecnologie che non sono più sperimentazione pura. 

Sono la frontiera su cui si giocheranno i nuovi equilibri competitivi globali. La promessa? Superare i limiti attuali del calcolo. La tecnologia brevettata da QuantHum Edge (un marchio nato in questo territorio e che fa parlare di sé nel mondo scientifico) — basata su polaritoni in cavità fotoniche integrate — punta a migliorare potenza, scalabilità ed efficienza energetica dei sistemi quantistici. Tradotto: più capacità di calcolo, meno consumo, maggiore accessibilità. E qui entra in gioco la domanda chiave: cosa succede quando queste tecnologie incontrano un territorio? Succede che il baricentro economico può spostarsi.

I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. In Italia sono in ballo ci sono circa 15 miliardi di euro di investimenti nei data center entro il 2028, mentre in Europa si supera quota 100 miliardi, tra fondi pubblici e privati. Solo per le infrastrutture digitali, parliamo di 10,5 miliardi. Non proiezioni, ma risorse già programmate.

A trainare questa corsa è una dinamica semplice quanto dirompente: la domanda di dati cresce in modo esponenziale, spinta dall’intelligenza artificiale generativa, mentre i grandi hub europei — Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Milano — iniziano a saturarsi. È qui che si apre una finestra per territori “laterali” ma strategicamente posizionati.

Latina può diventare un’alternativa competitiva: più spazio, costi inferiori, possibilità di integrare nuove infrastrutture. E soprattutto un vantaggio chiave — la riduzione dei costi di trasmissione ed elaborazione dei dati per le imprese.

Chi sta già scommettendo su questo scenario? I nomi sono quelli dei big globali: Microsoft, Amazon, A2A. E secondo stime riportate da Il Sole 24 Ore, l’impatto occupazionale degli investimenti previsti potrebbe sfiorare le 100.000 unità.

Ma il dato più interessante è un altro: questa rivoluzione non riguarda solo le grandi aziende.

È qui che si gioca la vera partita come spiega Alessandro Porzi: “Abbattere i costi del calcolo e dell’accesso ai dati significa democratizzare l’innovazione. Significa permettere anche alle PMI – ossatura del sistema economico italiano – di entrare in un ecosistema tecnologico avanzato”. Gli esempi concreti aiutano a visualizzare il cambiamento. “Nella sanità – spiega – significa diagnostica avanzata a basso costo, sale operatorie robotiche, interventi a distanza con specialisti internazionali, nell’Industria ottimizzazione dei processi produttivi in tempo reale, nell’agricoltura: sviluppo dell’agritech con modelli predittivi e uso intelligente delle risorse, nella formazione: realtà aumentata nelle scuole, nuovi modelli didattici, competenze digitali diffuse. Per tutti questi presupposti correlati e per tanto altro ancora la politica deve dotarsi al più presto di un Piano strategico che ridisegni i punti cardinali della cartina geografica del progresso del nostro territorio. Abbiamo bisogno di una politica che si sieda con gli altri portatori di interesse perché la presenza o l’assenza di talenti farà la differenza nella scelta degli investimenti nei vari paesi da parte dei grossi competitor internazionali”.

E allora la domanda diventa inevitabile: il territorio è pronto? Perché la variabile decisiva non sarà solo infrastrutturale, ma umana. La disponibilità di talenti — ingegneri, tecnici, ricercatori — sarà il vero fattore discriminante nella scelta degli investimenti globali. Non a caso, uno dei punti centrali è il raccordo tra università, scuole e imprese. Senza una filiera della formazione, il rischio è restare spettatori.

C’è poi un altro nodo, spesso sottovalutato: l’energia. I data center sono energivori per definizione. Non sorprende che in cima alla classifica delle capacità contrattualizzate da fonti rinnovabili ci siano colossi come Amazon, Google e Microsoft. La sostenibilità energetica sarà parte integrante della competizione. E infine, un’opportunità quasi simbolica: la riconversione dell’archeologia industriale. Siti dismessi che possono diventare nodi di una nuova economia digitale. Una trasformazione che qualcuno già descrive come la possibile nascita di una “piccola Silicon Valley” pontina.

Suggestione? Forse. Ma con fondamenta sempre meno teoriche. La sensazione è che il territorio si trovi in una fase di allineamento raro: risorse disponibili, tecnologie mature, attori locali attivi. Quello che manca – o meglio, che serve subito – è un’accelerazione politica. Un piano strategico, tempi rapidi, capacità di coordinamento. Perché in questa partita il fattore tempo vale quanto i capitali.

E la domanda finale resta sospesa: Latina sarà un nodo della rete globale dei dati o resterà ai margini mentre altri territori si prendono la scena?

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