Un piccolo disclaimer sulle ragioni dietro la scelta di farci supportare dall’intelligenza artificiale per alcune attività. E sulla relazione che avremo con questo strumento
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Nell’editoriale di Paolo Sarandrea è spiegato bene l’orizzonte che ci siamo dati con il lancio di Econovie – Le nuove rotte dell’economia pontina (lo scriviamo per esteso solo stavolta, così ci siamo tolti il pensiero: d’ora in avanti sarà Econovie, e basta). Dicevamo: non ci sarà, in quello che faremo, alcuna pretesa di rivoluzione. Ma di evoluzione di un certo modo di fare il mestiere di cronista in provincia di Latina, ecco quella invece sì. E l’evoluzione, per chi fa questo mestiere, o anche solo per chi ci prova, oggi passa in buona parte anche dall’intelligenza artificiale.
Prendete quindi le righe che seguono come una specie di gigantesco DISCLAIMER per quello che sarà, tra le altre cose, Econovie. Un piccolo laboratorio di informazione locale, in cui l’approccio tradizionale al lavoro quotidiano sarà supportato, nei casi in cui questo sarà possibile, anche dall’AI.
– Leggi anche: Un altro modo di raccontare le imprese
Quando abbiamo parlato per la prima volta di questo progetto, abbiamo infatti deciso che avremmo integrato l’AI nel nostro processo editoriale. In realtà, più che deciso, abbiamo capito che sarebbe stata l’unica strada per dare a questo progetto una chance. E questo perché siamo una redazione minuscola, per di più composta da professionisti impegnati anche in altri progetti. Insomma, le ragioni che ci hanno portato a fare questa scelta sono diverse e vale forse la pena spiegarle chiaramente. Anche in questo caso, ci togliamo il dente oggi e non ne parliamo più! Promesso.
Innanzi tutto, state tranquilli: l’AI non scriverà mai un solo articolo che troverete su Econovie.
Quello che farà, invece, e saremo ben contenti di farglielo fare, sarà occuparsi di attività ripetitive e a basso valore aggiunto. Liberando così il nostro tempo che potremo dedicare ad altre attività ben più profittevoli. Qualche esempio? Leggere e sintetizzare documenti di decine di pagine, evidenziare i passaggi chiave di una lunga intervista video o di una relazione, fare brainstorming su come presentare dati complessi, creare immagini pertinenti o materiali grafici partendo da informazioni verificate.
Per essere ancora più concreti: quando arriverà un bilancio aziendale o un report di 200 pagine, pieno zeppo di dati e di voci e di sigle incomprensibili come solo sanno essere certi report, chiederemo all’AI una sintesi preliminare che evidenzi i punti salienti del documento, per essere più liberi di occuparci dell’analisi critica di quei dati e della loro contestualizzazione nello scenario locale. La scelta, lo avrete capito, nasce dalla constatazione elementare per cui il tempo è la risorsa più scarsa – e quindi la più preziosa – in una redazione come sarà la nostra.
Ogni ora risparmiata su compiti ripetitivi ma necessari è un’ora in più dedicata a verificare una fonte, approfondire una storia, cercare la giusta prospettiva (e per farlo servono altre fonti, che serve tempo per trovare e poi altro tempo per verificare: capite il loop?) per raccontare quello che succede all’economia della provincia di Latina e agli enti e alle organizzazioni che la compongono.
Insomma: non vogliamo lavorare di meno, vogliamo lavorare meglio. E l’AI, oggi, è lo strumento migliore per farlo. Sbaglia chi pensa che così si cede terreno alla tecnologia: l’intelligenza artificiale può dirci cosa contiene un documento, ma non può stabilire se quei dati sono credibili, se mancano elementi importanti, se la storia che raccontano è quella che vale la pena approfondire. Può suggerire collegamenti, ma non può decidere quali sono rilevanti per i lettori a cui ci rivolgiamo.
In fondo, se ci pensate, non è diverso da quello che accade già con altri strumenti. Usiamo software per impaginare il giornale, ma non deleghiamo loro la scelta dei titoli. Usiamo database per archiviare le informazioni, ma non rinunciamo a verificarle. E potremmo andare avanti all’infinito. L’AI è semplicemente un assistente più veloce e sofisticato degli altri, che ci permette di lavorare meglio su quello che conta davvero: raccontare storie di imprese e di imprenditori che aiutino altre imprese e altri imprenditori, di oggi e di domani, a capire quello che succede intorno a loro.
Ah, un’ultima annotazione da nerd, e poi abbiamo finito, davvero.
Veramente credete che si possa oggi anche solo pensare di poter derogare a quel ruolo di “filtro”, di controllo che la professione ancora ci attribuisce, e che rappresenta, per di più, l’ultima ancora di salvezza per un mestiere che arriva a giocarsi il futuro non esattamente al meglio della sua condizione?
Ecco. Nemmeno noi.
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