Abbiamo parlato con Patrick Lo Pinto, Ceo Tekné Consulting: il settore in provincia occupa oltre 3.700 addetti. Ma bisogna stare al passo
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Quando si pensa all’economia della provincia di Latina vengono in mente quasi sempre le stesse immagini. Le multinazionali farmaceutiche, l’Agro Pontino, il turismo della costa che funziona a macchia di lepopardo. Difficilmente viene in mente l’automotive.
Eppure, da oltre quarant’anni, in una strada della periferia di Latina – via Monte Bianco – è cresciuto un ecosistema che oggi dialoga con alcune delle principali realtà europee del settore. Tanto che, nei giorni scorsi, tramite Tekné Consulting e Unit Holding, il capoluogo ha ospitato l’Assemblea Generale di ADPA, l’associazione europea che riunisce gli operatori indipendenti dei dati e dei servizi per l’automotive, insieme all’annuncio di un nuovo Automotive Innovation Center, un polo formativo da 1,5 milioni di euro dedicato alla formazione tecnica degli autoriparatori.
Non è la prima volta che Latina finisce al centro della mappa europea dell’automotive. Già nel 2024 il polo pontino è diventato un punto di riferimento nazionale per il settore, ospitando operatori e aziende provenienti da tutta Europa.











La domanda, però, è un’altra. Quanto pesa davvero l’automotive nella provincia di Latina? Perché, quando si parla di automotive, si pensa subito alle grandi case automobilistiche. Fiat, Volkswagen, Bmw, per citarne alcune. In realtà quella è soltanto una parte della filiera. Esiste un altro mercato, meno conosciuto ma enorme: quello che inizia quando un’auto esce dalla concessionaria.
Ricambi. Diagnostica. Software. Assistenza. Autoriparazione. È il cosiddetto aftermarket, che in Italia vale circa 35 miliardi di euro, coinvolge oltre 42 mila operatori e rappresenta uno dei comparti più importanti dell’economia nazionale. La provincia di Latina, in questo scenario, occupa una posizione tutt’altro che marginale. Con circa 567 mila abitanti e un parco circolante stimato vicino alle 400 mila automobili – pari a 69 vetture ogni 100 abitanti – il valore economico dell’autoriparazione e dell’aftermarket sul territorio viene stimato tra 170 e 340 milioni di euro all’anno. Numeri che raccontano una cosa semplice: l’automotive non è un settore di nicchia. È una parte consistente dell’economia pontina.
C’è però un aspetto che colpisce parlando con Patrick Lo Pinto, amministratore di Tekné Consulting. Ed è forse quello più interessante: «Per anni abbiamo pensato all’autoriparatore come a un artigiano. Oggi deve essere anche un imprenditore».
È una frase che sintetizza bene ciò che sta accadendo. Negli anni Ottanta esperienza, manualità, qualche attrezzo e l’immancabile cortesia del venditore potevano forse bastare. Oggi un’automobile può contenere oltre cinque chilometri di cablaggi e fino a 150 centraline elettroniche. L’intervento meccanico diventa così solo una parte del lavoro. Il resto è diagnosi, software, aggiornamento continuo, banche dati e gestione delle informazioni. In altre parole, competenze che vent’anni fa semplicemente non esistevano.
Il cambiamento si vede anche nei numeri. In Italia gli autoriparatori sono passati da 55 mila a circa 42 mila in appena sette anni. Una parte si è aggregata nei multiservice, dove convivono meccanica, carrozzeria, pneumatici ed elettronica. Molti altri, invece, hanno semplicemente chiuso. Non tanto perché mancassero le automobili. Quelle, semmai, sono aumentate. Il problema è stato riuscire a stare dietro all’evoluzione tecnologica.
«Oggi il problema non è semplicemente dover essere un bravo riparatore», spiega Lo Pinto. «Il rischio è essere un buon artigiano senza avere una struttura imprenditoriale». Perché un’officina moderna deve saper acquistare software, interpretare dati, investire in formazione e organizzare il lavoro come una vera impresa.
Il caso pontino è interessante anche per un altro motivo. Qui la domanda non manca. L’età media delle automobili continua ad aumentare e il rapporto tra auto e abitanti è tra i più elevati del Paese. Tradotto: le auto hanno sempre più bisogno di manutenzione. Secondo i dati della Camera di Commercio, nel primo trimestre 2026 la provincia conta 2.388 localizzazioni nel commercio e nella riparazione di autoveicoli, con 3.734 addetti. Di queste, 1.172 sono attività di autoriparazione che impiegano 2.379 lavoratori. Numeri che spiegano perché Latina venga considerata un laboratorio interessante per tutto il comparto.
La vera sfida, forse, non riguarda nemmeno le automobili. Riguarda le persone. Oltre la metà delle figure professionali ricercate dalle imprese del settore è oggi difficile da trovare. Servono tecnici capaci di lavorare su motorizzazioni ibride ed elettriche, sistemi ADAS, diagnosi elettronica e gestione dei dati dei veicoli.
È qui che, secondo Lo Pinto, emerge una delle principali differenze tra le generazioni. I giovani autoriparatori, racconta, sono generalmente più aperti a considerare l’officina come un’impresa, mentre chi arriva da una lunga tradizione artigianale tende spesso a vedere il cambiamento con maggiore prudenza. Non è una questione di capacità tecnica. Anzi. Il problema è che il mercato è cambiato (e continua a cambiare) molto più velocemente delle officine. Per decenni bastava essere un ottimo meccanico. Oggi bisogna saper leggere dati, gestire software, organizzare processi, investire in formazione e perfino interpretare informazioni che arrivano direttamente dall’automobile. In altre parole: il modello d’impresa è cambiato.
È anche per questo che nasce l’Automotive Innovation Center, il nuovo polo formativo presentato a Latina con un investimento di 1,5 milioni di euro. L’obiettivo non è insegnare a cambiare una frizione: è accompagnare un mestiere che, nel giro di una generazione, è diventato qualcosa di completamente diverso.
C’è un passaggio della conversazione con Patrick Lo Pinto che forse riassume meglio di tutti il momento che sta vivendo il settore. «L’elettrificazione non distruggerà il mercato. Lo cambierà». Le automobili stanno diventando piattaforme digitali: oggi molte vetture sono già in grado di rilevare autonomamente un guasto e proporre direttamente al conducente un appuntamento presso un’officina autorizzata. Basta premere “Sì” sul display. È un’evoluzione apparentemente banale. In realtà cambia completamente il mercato. Perché se il costruttore gestisce direttamente il rapporto con il cliente, tutta la rete degli autoriparatori indipendenti rischia di essere esclusa ancora prima che l’automobilista scelga dove portare la vettura. La competizione, quindi, non è più soltanto sulla qualità della riparazione. È sull’accesso ai dati.
Paradossalmente, la trasformazione potrebbe aprire anche nuove opportunità. Negli ultimi anni stanno entrando sul mercato europeo numerosi marchi automobilistici che non dispongono ancora di una rete consolidata di officine autorizzate. Per queste aziende costruire una rete proprietaria richiede anni. E perché non trovare proprio negli indipendenti quella rete tanto ricercata? È una possibilità che il settore guarda con interesse, a patto, però, di arrivare preparati. Ed è qui che formazione e competenze tornano ad essere il vero fattore competitivo.
È probabilmente questa la ragione più profonda dell’investimento annunciato nei giorni scorsi: l’Automotive Innovation Center. L’idea è creare una struttura permanente capace di accompagnare il settore lungo tutta la trasformazione tecnologica. Nel progetto trova spazio anche uno studentato, pensato per ospitare i professionisti e gli studenti che arriveranno a Latina per seguire i percorsi di formazione, trasformando il capoluogo in un punto di riferimento nazionale per l’autoriparazione indipendente.
Poi, però, c’è bisogno che entri in gioco la politica. Basti pensare che fino al 2002 gli autoriparatori indipendenti non avevano alcun diritto garantito ad accedere alle informazioni tecniche dei costruttori. La svolta arrivò con il regolamento europeo noto come MVBER, promosso durante il mandato del commissario europeo Mario Monti. Per la prima volta venne sancito un principio semplice: anche gli operatori indipendenti devono poter accedere ai dati necessari per riparare un’automobile. Secondo Lo Pinto, però, oggi quella battaglia non è affatto conclusa.
Le auto software-defined, la telematica e i sistemi digitali stanno riportando il tema dell’accesso ai dati al centro del dibattito europeo. «Serve un nuovo impegno legislativo» spiega Lo Pinto, «per garantire agli indipendenti le stesse possibilità di competere». Non soltanto per proteggere una categoria, ma per evitare che il mercato si chiuda nuovamente.
E chi riesce ad accompagnare questo cambiamento continua a crescere. Chi resta fermo, invece, rischia di uscire dal mercato. In fondo è questa la vera storia dell’automotive pontino. Non quella delle automobili. Ma quella di un territorio che sta cercando di trasformare un mestiere tradizionalmente artigianale in una filiera sempre più imprenditoriale, tecnologica e internazionale.
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