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27 Agosto, 2026
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Nell’Agro Pontino sta cambiando il modo di fare l’olio

Il superintensivo entra in provincia di Latina con investimenti elevati, rese più prevedibili e un modello produttivo che cambia l’economia dell’olivicoltura locale e tutto quello che le sta intorno

Nell’Agro Pontino sta cambiando il modo di fare l’olio

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Negli ultimi anni, parlando di olivicoltura, si fa sempre più spesso riferimento a un’espressione che credevamo lontana dalla tradizione agricola del territorio pontino: superintensivo. Ulivi piantati a filari fitti, raccolti affidati a macchinari sofisticati simili a quelli in uso ai viticoltori, ma soprattutto rese elevate e costi più prevedibili. Un modello raccontato come una risposta industriale a un settore sempre più esposto ai capricci del clima, alla variabilità dei costi e volatilità dei prezzi.

La novità, per la provincia di Latina, è che non si tratta più di un dibattito teorico. Nell’Agro pontino, il superintensivo è già entrato nei campi. Gli impianti superintensivi prevedono densità molto elevate, fino a 1.500–2.000 piante per ettaro, contro le 200–300 dell’olivicoltura tradizionale.

La raccolta è completamente meccanizzata e avviene in tempi rapidi, riducendo costi del lavoro e incertezza legata alla manodopera stagionale. In Lazio – e anche in terra pontina – questo modello è stato già adottato da alcune aziende, soprattutto in pianura, dove l’irrigazione è più facilmente gestibile.

Il punto centrale non è se il superintensivo “funzioni”, ma quanto costa entrarci. Le tabelle regionali sui costi di riferimento indicano che un impianto superintensivo può richiedere investimenti iniziali superiori ai 12-15 mila euro per ettaro, contro i 6-8 mila euro di un impianto tradizionale. È una scelta che sposta l’olivicoltura verso un modello più vicino all’industria agricola che alla coltivazione familiare.

Poi c’è il nodo identitario e della cultivar itrana. Qui il discorso si fa più delicato.  Parliamo di cento chilometri di coltivazioni tra monti Lepini, Ausoni e Aurunci, dove il 70% è proprio itrana. Si tratta di circa 2 milioni e mezzo di piante, di oltre 11mila produttori distribuiti su 10mila ettari e di una produzione di più di 25milioni di chili di olive da olio all’anno, per un giro d’affari da 30 milioni di euro.

Il superintensivo, però, utilizza spesso varietà diverse, più adatte alla raccolta meccanica e alla crescita uniforme. Non è una contrapposizione ideologica, ma una scelta di campo: puntare su identità e valore aggiunto, oppure su volumi, standardizzazione e costi sotto controllo.

In provincia di Latina operano migliaia di aziende olivicole e numerosi frantoi, con un indotto che va ben oltre la produzione primaria: trasformazione, confezionamento, commercio, ristorazione e, sempre più spesso, turismo legato all’olio. È per questo che l’introduzione di modelli produttivi più industriali non è neutra: cambia la struttura del lavoro, degli investimenti e del valore distribuito sul territorio.

Chi ha già investito nel superintensivo sottolinea un aspetto chiave: la maggiore prevedibilità. Le rese sono più costanti e la raccolta rapida riduce le perdite. Di contro, aumenta la dipendenza da irrigazione, fertilizzazione e gestione tecnica avanzata, rendendo il sistema più vulnerabile a shock energetici e climatici. È un equilibrio che molte aziende stanno valutando con attenzione, anche nel Centro Italia.

Il punto, alla fine, non è se il superintensivo sia “giusto” o “sbagliato”. La domanda è che tipo di olivicoltura vuole sostenere la provincia di Latina nei prossimi dieci anni. Un modello più industriale promette stabilità e volumi. Quello tradizionale difende identità, paesaggio e valore unitario più alto. La risposta non è una sola: è una combinazione. Capire come convivono questi modelli, e chi riesce davvero a reggerne i costi, è una questione economica prima ancora che agricola. Secondo Confagricoltura Latina, il punto non è scegliere tra tradizione e innovazione, ma capire come rispondere a un mercato che nel frattempo è cambiato. 

Il direttore di Confagricoltura Latina Mauro D'Arcangeli

Mauro D’Arcangeli, direttore dell’associazione, lo spiega in modo diretto: l’Italia resta una potenza mondiale dell’olio, ma oggi è scesa da primo produttore al quinto posto. La ricchezza delle oltre 500 cultivar riconosciute rappresenta un valore enorme in termini di qualità e identità, ma non è sufficiente a soddisfare una domanda globale che chiede anche quantità e continuità.

Il nodo è economico prima ancora che agricolo. Un olio di alta gamma, venduto tra 25 e 30 euro al litro, non è accessibile a tutti i consumatori. Quando il mercato non riesce ad assorbire solo prodotti di fascia alta, le alternative diventano due: importare olio dall’estero oppure costruire modelli produttivi diversi, usando cultivar più adatte alla meccanizzazione e a costi sostenibili, anche nei nostri territori. L’idea, sottolinea D’Arcangeli, non è sostituire l’olivicoltura identitaria, ma affiancarla.

È una prospettiva che guarda anche a ciò che sta accadendo in altre regioni, come la Puglia, dove la ripiantumazione dopo i danni causati dalla Xylella sta portando a scelte più razionali sui costi e sull’uso dei terreni. In un contesto climatico sempre più secco, l’ulivo mostra una capacità di adattamento elevata, soprattutto in pianura (dove bisognerebbe iniziare a pensare di coltivare), entrando in una sorta di autoprotezione che gli consente di sopravvivere anche con meno acqua. In questo scenario, il superintensivo non viene letto come una forzatura, ma come una delle possibili risposte economiche a un mercato che chiede volumi, prezzi accessibili e stabilità produttiva.

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