Il commercio pontino perde attività in maniera costante nel tempo, ma molto più lentamente di quanto non accada alle persone che in quelle attività lavorano. Abbiamo cercato di capire da cosa dipende il fenomeno e come si adatta a questa tendenza il commercio locale
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A Latina sono spariti 101 negozi. Le persone che ci lavoravano, invece, sono diminuite di 521 unità. È forse questo il dato che racconta meglio cosa sta succedendo al commercio locale.
Tra il 2019 e il 2025 le attività del commercio al dettaglio nel capoluogo sono passate da 2.110 a 2.009, con una riduzione del 4,8%. Nello stesso periodo gli addetti sono scesi da 6.036 a 5.515, quindi dell’8,6%, secondo i dati diffusi da Confesercenti Latina.
In pratica, percentualmente, il lavoro è diminuito quasi il doppio rispetto alle attività. Non significa automaticamente che ogni negozio rimasto abbia meno dipendenti. Ma significa che contare soltanto quante serrande sono alzate non basta più a capire quanto commercio sia rimasto davvero in città.
Allargando lo sguardo, il fenomeno diventa ancora più evidente. Tra il 2019 e il 2025 le attività del commercio al dettaglio della provincia di Latina sono passate da 8.374 a 7.792: 582 in meno, pari a una contrazione di circa il 7%.
È un dato abbastanza grande da cambiare l’aspetto di un territorio senza bisogno di una grande crisi improvvisa. Una fabbrica chiude in un giorno e fa notizia. Il commercio può restringersi molto più lentamente: una cartoleria oggi, un negozio di abbigliamento tra sei mesi, un alimentari l’anno successivo. Presi singolarmente sembrano episodi. Mettendoli insieme diventano una trasformazione economica.
Ed è qui che la storia diventa più interessante. Perché nello stesso periodo non è semplicemente scomparso il consumo. Nel complesso del 2025 le vendite al dettaglio italiane sono aumentate dello 0,8% in valore, anche se i volumi acquistati sono diminuiti dello 0,6%.
Tradotto: abbiamo speso complessivamente di più, anche per effetto dei prezzi, ma portato a casa una quantità leggermente inferiore di prodotti. Soprattutto, però, non tutti i modi di comprare si sono mossi nella stessa direzione. Nel 2025 Istat registra una crescita delle vendite in valore nella grande distribuzione e nel commercio elettronico, mentre risultano in diminuzione quelle degli altri canali di vendita.
Quindi il punto non è necessariamente che compriamo meno. È che compriamo in posti diversi. E per farlo possono servire meno negozi tradizionali.
La parte più interessante è che questa storia non sembra avere un finale già scritto. Nel primo semestre 2026 la provincia di Latina ha registrato complessivamente un saldo di 488 imprese in più, mentre proprio le attività commerciali, dopo una prima parte dell’anno negativa, hanno chiuso giugno con 30 imprese aggiuntive e una variazione dello 0,23%.
Certo, la categoria utilizzata dalla Camera di Commercio comprende le attività commerciali nel loro complesso e non coincide perfettamente con il solo commercio al dettaglio della serie precedente. Però il segnale resta. Almeno nella prima metà del 2026, il commercio provinciale ha smesso di perdere imprese. È troppo presto per capire se sia una vera inversione di tendenza. E soprattutto resta da vedere una cosa: se insieme alle imprese tornerà anche il lavoro.
È su questa trasformazione che Confesercenti sta provando a costruire una proposta politica nazionale.
La proposta di legge di iniziativa popolare sulla rigenerazione urbana del commercio prevede la possibilità di istituire Zone Economiche Speciali di Prossimità, le cosiddette ZESpro, nelle quali introdurre sostegni finanziari, agevolazioni e semplificazioni per le attività commerciali e di servizio. Il testo propone anche un Fondo nazionale da 600 milioni di euro per il 2026 e altri 600 milioni ogni anno dal 2027: sono risorse previste dalla proposta, non stanziamenti già approvati.
L’idea è trattare il commercio di prossimità quasi come un’infrastruttura urbana. Non soltanto perché vende qualcosa. Un negozio crea lavoro, utilizza immobili, richiede servizi, porta persone in una strada e contribuisce a mantenere economicamente attive parti della città. Ed è proprio qui che i dati di Latina diventano interessanti.
Guardando soltanto le vetrine, il cambiamento può sembrare relativamente lento. Guardando chi ci lavora, diventa molto più evidente. Il commercio non sta necessariamente scomparendo. Sta cambiando dimensione, canali e organizzazione.
E il fatto che nel 2026 il numero delle imprese commerciali abbia finalmente mostrato un piccolo segno positivo non basta ancora per sapere se stia tornando anche l’occupazione. Perché una serranda alzata ci dice che esiste ancora un negozio. Non ci dice quanta economia c’è rimasta dietro.
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