Lo sa bene Agostino Lattuille, che vive a Latina e lo fa praticamente da una vita. A casa ne ha più di 700, oltre a diversi altri cimeli e un sacco di riviste sportive. Ci siamo fatti raccontare la sua storia.
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Magari a qualcuno sfugge. Ma Luis Borges, poeta e filosofo argentino del ventesimo secolo, illuminato esploratore della metafisica, aveva colto tutto il senso della passione delle nostre vite. Le nostre vite di uomini malati del pallone, intendo: «Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada – diceva -, lì ricomincia la storia del calcio».
E la storia del calcio non la puoi raccontare se non ti trovi davanti a chi, da qualche parte, non custodisce il ricordo di una partita, di una maglia, dell’abbraccio di tuo padre dopo un gol della tua squadra.
Agostino Lattuille, per esempio, è uno che i ricordi del calcio li colleziona. Fa anche di più: li certifica. È infatti uno dei soli tre periti che in Italia stimano il valore dei cimeli calcistici da collezione. Nelle trattative tra privati, ma anche nelle controversie legali. «Ovviamente non faccio questo per vivere – racconta sorridendo -, ma tutti quelli che vogliono comprare oggetti costosi, ecco, prima di farlo mi chiedono un parere sulla autenticità del pezzo. Per questo ho preferito prendere anche la qualifica».
Certe volte si tratta di esprimersi su casi clamorosi. «Quando vai a dare un parere negativo insorgono problemi, anche in tribunale». Però racconta anche tante storie belle. «Beh, ho visto passare le maglie più significative della storia, ho dato pareri su quelle indossate dai grandi miti del calcio, da Maradona a Paolo Rossi, in partite che sono diventate storiche. Anche se poi…» Anche se poi? «Anche se poi per me il valore più grande ce l’hanno sempre le cose che raccontano la Lazio».
E pensare che il primo pezzo della sua collezione personale non riguardava neanche il calcio. «Ero ancora ragazzino. Andai a Ginevra, avevo dodici anni, per la finale di Coppa Campioni di basket tra la Virtus Roma e Barcellona. A fine partita ho fatto invasione e preso la giacca di Marco Solfrini. Poi non mi sono più fermato, ma con la voglia di prendere tutto quanto raccontasse la mia Lazio. In ogni occasione e cercando di tutto, durante i ritiri, a fine partita, in giro per i mercatini. Poi certo con internet è diventato tutto più semplice».
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Catalogare questa montagna di cimeli poi non deve essere stata una cosa facile. «Non riesco neanche a dare un numero preciso delle cose che conservo. Per dire, ho almeno settecento maglie ma poi anche tanto altro: giornali vecchi, foto, le collezioni complete dello Sport Illustrato e dei Manuali del Calcio. Il cimelio più vecchio è la fascia dell’Audax (l’ente che ai primi del Novecento organizzava corse pedestri) assegnata a Fortunato Ballerini, che è stato uno dei primissimi presidenti della Lazio, e anche uno dei più importanti. E poi tessere di abbonamenti, biglietti, medaglie, oggetti di ogni tipo, insomma tutto quanto aiuti a raccontare miti e leggende di questo sport. Le maglie più antiche risalgono agli anni Sessanta, tranne rarissime eccezioni, perché fino ad allora gli indumenti da gioco venivano riciclati per le giovanili e poi distrutti. Io per esempio della Lazio ho tutto dal ‘66 ad oggi».



Ci sarà stato un momento in cui hai fatto due conti, quanto vale il cimelio più costoso della tua collezione…
«Non mi piace parlare di soldi, questo è collezionismo fatto per passione e basta. E poi le valutazioni avvengono davvero sulla base delle emozioni che un certo oggetto suscita. La maglia dei due gol di Maradona all’Inghilterra, il giorno della Mano de Dios e del gol del secolo, è stata venduta a 8 milioni di euro, e non era una finale del Mondiale. Per dire, il cimelio a cui io sono legato di più è il gagliardetto del 1 dicembre del ‘68, il giorno della mia nascita, quando la Lazio giocò a Brescia. Ecco, sono riuscito a recuperarlo e per me vale più di qualsiasi altra cosa. Un altro pezzo a cui tengo tantissimo è la maglia che il capitano Alessandro Nesta lanciò ai tifosi dopo la vittoria della finale di Coppa delle Coppe a Birmingham, il titolo più prestigioso mai conquistato dalla Lazio».
Agostino Lattuille, che a Latina è una delle anime del Clan Lazio di via Aspromonte 52, è anche il presidente della Lega dei Collezionisti, associazione che ha editato «Un amore chiamato calcio», un almanacco struggente: la storia di tutti i club italiani raccontata attraverso i cimeli dei più grandi collezionisti. Un’opera preziosa, che porta la firma anche di due Campioni del Mondo dell’82 come Dino Zoff e Alessandro Altobelli.
«Il valore di una maglia – ha scritto nella prefazione il portiere capitano al Mundial – non è solo il numero o il nome impresso sulle spalle, in ogni cimelio sono segnate centinaia di vite, e a volte anche molte di più: migliaia di cuori hanno palpitato seguendo le gesta dei grandi campioni e di straordinari gregari. I collezionisti sanno essere custodi di queste memorie collettive. Sanno restituire alla comunità immagini, ricordi ed emozioni che sono sì racchiuse in collezioni private, ma che senza un sentimento comune non potrebbero considerarsi ugualmente preziose. Per questo voglio esprimergli tutta la mia riconoscenza».
Ma se il tributo di Dino Zoff è un riconoscimento al lavoro svolto dalla Lega dei Collezionisti, quello di Alessandro Spillo Altobelli, orgoglio di Latina e di Sonnino in particolare, è un omaggio che arriva da una prospettiva inaspettata: quella del collega. «Questa passione – scrive – l’ho scoperta quasi per caso, andando a rovistare in un vecchio baule. Mia moglie ha avuto la dedizione e la pazienza per tanti anni di andare a sistemare con cura tutto quello che io la domenica riportavo a casa, e che quasi avevo dimenticato di avere. Nelle divise di tanti avversari che erano lì custodite, ho rivisto i loro volti, le loro giocate, le vittorie e le sconfitte che hanno segnato gli anni più belli della mia vita. È stata un’emozione pazzesca. Ma nell’istante in cui ho realizzato che molte maglie, per me molto importanti, le avevo date via, ecco in quell’istante ho capito che avrei cercato con tutto me stesso di tornarne in possesso, e grazie all’impegno della Lega dei Collezionisti sono riuscito a farlo. Oggi posso dirlo, sono un collezionista felice».
«Un amore chiamato calcio», contiene una pagina importante anche sul Latina. Dall’arrivo del pallone negli anni Venti, con incontri sporadici organizzati dall’Opera Nazionale Dopolavoro, agli anni del dopoguerra, con le foto di Spillo Altobelli e la squadra del 77-78 che arrivò quinta in Serie C. E poi la ‘banda Sibilia’ con Di Trapano e Mannarelli e infine la squadra del grande sogno infranto, quella di capitan Milani che perse con il Cesena lo spareggio per la Serie A.
Ecco, ci sarebbe anche tutto per chiudere qui il pezzo ma, avendo deciso di aprire con Borges, non potevo pensare a una chiusura senza citare un altro grande intellettuale del nostro tempo. Eduardo Galeano, che al calcio ha dedicato, oltre che un libro, anche molti pensieri straordinari, ci ha regalato questa frase meravigliosa dedicata a tutti i tifosi del mondo.
«Quando il buon calcio si manifesta – raccontava – rendo grazie per il miracolo e non mi importa niente quale sia il Club o la Nazionale che me lo offre». Ebbene, sì, adesso è tutto. Davvero, giuro, quasi tutto. Se non fosse che, per gente come noi malata di pallone, sarebbe da ingrati non aggiungere in fondo a questo racconto anche una delle perle di Vujadin Boskov, il mitico allenatore serbo che regalò l’unico scudetto della storia alla Sampdoria, quello con Vialli e Mancini. «Se un uomo preferisce donna a finale di Coppa dei Campioni – aveva sentenziato -, allora egli forse è bravo fidanzato, ma certo non è vero uomo».
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