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6 Ottobre, 2026
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A Latina l’architettura razionalista cerca un futuro oltre il Ventennio

Architetti di Latina e Pordenone hanno aperto un laboratorio sulle città di fondazione. Il problema non è soltanto conservare gli edifici del Novecento, ma capire come farli continuare a vivere, produrre relazioni e diventare una risorsa per la città

A Latina l’architettura razionalista cerca un futuro oltre il Ventennio

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Una città può essere restaurata perfettamente ed essere comunque silente. Può conservare le facciate, recuperare gli edifici, proteggere le piazze e perdere, nel frattempo, la cosa per cui tutto questo era stato costruito.

La vita che c’è dentro. È probabilmente questa la questione più interessante emersa da “Trame di fondazione”, il confronto avviato a Latina dagli Ordini degli Architetti di Latina e Pordenone attorno alle città del Novecento. Ma dentro quel convegno c’era qualcosa che va oltre l’architettura. C’era una domanda molto semplice: cosa ce ne facciamo, adesso, delle città che abbiamo ereditato?

Il protocollo triennale tra i due Ordini nasce per mettere in relazione territori lontani geograficamente ma accomunati dal patrimonio delle città di fondazione e dell’architettura del Novecento. Il programma non riguarda soltanto conservazione e restauro: comprende formazione professionale, rigenerazione urbana e trasformazione dello spazio pubblico. Il convegno di Latina è stato il primo momento pubblico e operativo di questo percorso.

Ed è qui che il ragionamento della presidente dell’Ordine di Latina Teresa Alvino diventa interessante. Le città di fondazione hanno un rischio particolare: essere trasformate in oggetti da guardare. Più si riconosce il valore storico di un edificio, più può diventare forte la tentazione di congelarlo. Solo che una città non è una teca.

Dentro ci sono negozi, abitazioni, uffici, persone che cambiano modo di lavorare, di spostarsi e di usare gli spazi. Conservare il Novecento senza permettergli di adattarsi al XXI secolo rischia quindi di produrre un paradosso: proteggere l’architettura e perdere la città.

Durante il confronto tra Latina e Pordenone si è parlato di Torviscosa, dell’Agro Pontino, delle città minerarie dell’Istria, di modernità, tradizione e identità. Ma il legame tra i due territori non è soltanto architettonico. C’è anche la storia delle migrazioni friulane verso l’Agro Pontino.

È per questo che Paolo Tomasella, presidente dell’Ordine degli Architetti di Pordenone, ha ricordato come passando davanti al Caffè Friuli a Latina abbia avuto la sensazione che una parte della storia della propria terra fosse arrivata fin qui. È un dettaglio, ma forse spiega meglio di tanti edifici che cosa significhi parlare di patrimonio urbano.

Una città non è fatta soltanto da chi l’ha progettata. È fatta da chi l’ha abitata. Ed è questa dimensione che impedisce all’architettura di ridursi a una collezione di mattoni ben conservati.

Il confronto con Pordenone arriva mentre Latina sta provando a dare una dimensione nazionale a questa storia. L’11 settembre 2026 è nata formalmente la Rete Nazionale delle Città di Fondazione – Città del Novecento, con Latina nel ruolo di Comune capofila.

La rete parte da undici amministrazioni e punta a mettere in comune tutela, rigenerazione urbana e promozione del patrimonio architettonico del Novecento. È previsto un Comitato di coordinamento e tra gli obiettivi dichiarati ci sono l’accesso congiunto a finanziamenti regionali, nazionali ed europei e la realizzazione di un Festival delle Città del Novecento. Ma per funzionare c’è una condizione. Le città devono avere qualcosa da mostrare. E soprattutto qualcuno deve avere una ragione per viverle.

Poi c’è il Centenario. Latina compirà cento anni nel 2032 e dal 2024 esiste una legge nazionale dedicata proprio alla celebrazione della città e alla valorizzazione del suo patrimonio storico, culturale, architettonico, sociale e ambientale. La stessa legge ha previsto la Fondazione Latina 2032, che dovrà coordinare le attività legate al Centenario.

Sei anni, per una città, sono pochissimi. Abbastanza per organizzare eventi. Molto meno se l’obiettivo è usare il Centenario per modificare il rapporto tra Latina e il proprio patrimonio. Ed è qui che iniziative come quella degli Ordini di Latina e Pordenone acquistano un significato diverso. Non servono soltanto a raccontare come sono nate queste città. Servono a capire come evitare che arrivino perfettamente restaurate al proprio anniversario ma incapaci di dire qualcosa sul futuro.

Il programma di “Trame di fondazione” è proseguito il 3 e 4 ottobre fuori dalla sala del convegno, con visite a Latina, Pontinia, Sabaudia, Aprilia e Pomezia. È probabilmente il posto giusto dove continuare il ragionamento. Perché una città vista su una tavola urbanistica può sembrare ordinatissima. Poi bisogna camminarci.

Capire quali edifici funzionano ancora, quali hanno perso la propria funzione, dove le persone si fermano e dove invece passano soltanto. È lì che si scopre la differenza tra conservare una città e mantenerla viva. Ed è forse questa l’“anima” che è emersa dal confronto tra architetti, studiosi, sociologi e istituzioni. Non basta riconoscere che Latina è un pezzo importante dell’architettura italiana del Novecento.

Bisogna decidere cosa può diventare quel pezzo di storia quando incontra la vita di chi abita la città quasi un secolo dopo. Perché gli edifici possono essere restaurati. Le città, invece, devono continuare a essere usate.

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